Come giornale abbiamo dato e vogliamo dare voce e spazio a pensieri, idee ed iniziative che possano contribuire a far crescere anche nella nostra comunità angrese una sempre più viva consapevolezza sulle problematiche della realtà globale e soprattutto di quella locale in cui siamo immersi oggi. Relazionandoci, come abbiamo sempre inteso fare, soprattutto con la scuola e di conseguenza con i giovani che sono e devono essere interessati alla qualità del futuro in cui vivranno. Nell’auspiscio che, norme e disponibilità operativa dei Dirigenti scolastici consentendo, si possano organizzare incontri periodici con le scolaresche su tematiche come quella sollevata dall’ing. Antonio Capozzoli con la riflessione che volentieri pubblichiamo.
Ing. Antonio Capozzoli
Ho seguito con grande interesse la missione Artemis II.
Il 1° aprile scorso quattro astronauti hanno lasciato la Terra a bordo della capsula Orion, hanno raggiunto la Luna, l’hanno circumnavigata e sono rientrati il 10 aprile nelle acque del Pacifico. Per la prima volta dopo più di mezzo secolo esseri umani hanno nuovamente lasciato l’orbita terrestre per dirigersi verso il nostro satellite.
Un’impresa straordinaria.
Da ingegnere, più ancora delle immagini provenienti dallo spazio, mi ha colpito la complessità tecnologica e organizzativa necessaria per consentire a quattro persone di vivere per una decina di giorni lontano dalla Terra.
Un grande lanciatore, una capsula pressurizzata, sistemi di navigazione e propulsione, produzione e controllo dell’energia, regolazione termica, ossigeno, acqua, eliminazione dell’anidride carbonica, comunicazioni, sistemi ridondanti, procedure di emergenza, controllo dalla Terra. E dietro tutto questo migliaia di tecnici, ricercatori e operatori.
Una concentrazione impressionante di conoscenze per permettere a quattro esseri umani di arrivare fino alla Luna che, nelle dimensioni dell’Universo, è praticamente dietro l’uscio di casa.
Ed è proprio seguendo quella missione che mi è venuta spontanea una domanda.
Ci rendiamo veramente conto di che cosa sia la Terra?
Siamo talmente abituati alle condizioni nelle quali viviamo da considerarle normali.
Respiriamo. Beviamo acqua. Camminiamo sotto una pressione atmosferica perfettamente compatibile con il nostro organismo. Viviamo a temperature che, per gran parte della superficie terrestre, permettono l’esistenza dell’acqua allo stato liquido.
Una massa planetaria genera la gravità alla quale il nostro organismo si è adattato nel corso dell’evoluzione. All’interno della Terra un nucleo dinamico contribuisce alla formazione di un campo magnetico che ci protegge dall’ambiente spaziale. La tettonica, che percepiamo soprattutto quando manifesta i suoi aspetti distruttivi, partecipa invece su tempi geologici ai grandi cicli chimici e climatici del pianeta.
Oceani, atmosfera, rocce, vegetazione, microrganismi e animali scambiano continuamente materia ed energia.
La Terra non è semplicemente il luogo sul quale viviamo. È il sistema all’interno del quale siamo diventati ciò che siamo.
Homo sapiens non è arrivato qui da qualche altro posto. È il risultato di una lunghissima evoluzione avvenuta dentro queste precise condizioni ambientali. Il nostro corpo appartiene alla Terra.
Eppure una parte dell’immaginario contemporaneo guarda con sorprendente disinvoltura all’idea che un giorno l’uomo possa trasferirsi altrove. Marte ritorna frequentemente in questa narrazione.
Naturalmente è giusto esplorarlo. È giusto andare sulla Luna. È giusto costruire sonde, telescopi e veicoli spaziali sempre più sofisticati. L’esplorazione è una delle manifestazioni più nobili della curiosità umana e le tecnologie sviluppate per lo spazio hanno avuto e continueranno ad avere importanti ricadute sulla vita terrestre.
Ma esplorare un altro pianeta e immaginare di sostituire la Terra sono due cose profondamente diverse.
Marte è oggi un pianeta sostanzialmente morto dal punto di vista delle condizioni necessarie alla vita umana: atmosfera estremamente rarefatta, temperature severe, forte esposizione alle radiazioni, assenza di una biosfera capace di sostenerci.
Per viverci dovremmo costruire ambienti artificiali nei quali riprodurre, faticosamente e in scala minuscola, alcune delle condizioni che qui riceviamo gratuitamente. Dovremmo, in altre parole, portarci dietro una piccola Terra.
Ed ecco il paradosso.
Possediamo già un pianeta straordinariamente adatto alla nostra vita e spendiamo una parte della nostra capacità immaginativa chiedendoci come potremmo vivere su un altro che non lo è.
Forse dovremmo porci prima un’altra domanda: siamo capaci di imparare a vivere bene su questo?
Non è una domanda ambientalista. È, prima di tutto, una domanda di ingegneria dei sistemi complessi.
Ogni sistema possiede condizioni di funzionamento, limiti, equilibri e capacità di adattamento.
Un ingegnere non progetta una struttura ignorandone i carichi e le condizioni al contorno. Non dimensiona una macchina fingendo che non esistano attrito e termodinamica. Non può progettare una rete elettrica prescindendo dalla necessità di mantenere continuamente l’equilibrio tra generazione e consumo.
Eppure la nostra civiltà ha spesso ragionato come se il sistema Terra non costituisse una condizione al contorno. Come se materie prime, acqua, capacità di assorbimento degli ecosistemi e disponibilità energetica fossero variabili esterne al problema. Non lo sono.
E forse una parola può aiutarci a comprendere meglio la questione: congruenza.
Negli ultimi decenni abbiamo parlato molto di sostenibilità. È un termine importante, ma talmente utilizzato da rischiare qualche volta di perdere significato. Congruenza esprime qualcosa di leggermente diverso.
Significa costruire il nostro modo di vivere affinché sia compatibile con il sistema fisico che lo rende possibile.
Non significa tornare indietro. Non significa rinunciare alla tecnologia. Al contrario, significa utilizzare molta più intelligenza e probabilmente molta più tecnologia di quella che utilizziamo oggi.
Abbiamo davanti problemi enormi.
Una parte dell’umanità non dispone ancora di un’alimentazione sufficiente.

Milioni di persone non hanno accesso sicuro all’acqua potabile.
Inquiniamo aria, acqua e suolo.
Sprecare energia continua a essere più semplice che utilizzarla razionalmente.
Estraiamo materie prime, le trasformiamo in prodotti e troppo spesso concludiamo il ciclo trasformandole in rifiuti.

Queste sono sfide tecnologiche almeno altrettanto importanti di quelle che affrontiamo nello spazio. E sono anche straordinarie occasioni di progresso.
Produrre energia con minore impiego di risorse. Accumularla. Distribuirla in maniera intelligente. Recuperare materiali. Depurare acqua. Ridurre le perdite. Produrre alimenti con minore consumo di suolo ed energia. Costruire edifici capaci di garantire benessere utilizzando meno risorse. Organizzare città migliori. E soprattutto fare in modo che i benefici della conoscenza raggiungano una parte sempre più grande dell’umanità.
Non ci mancano le sfide. Ne abbiamo a iosa.
Forse, allora, dovremmo cominciare anche dalla scuola.
Non limitandoci a insegnare ai ragazzi che bisogna “rispettare l’ambiente”, frase certamente condivisibile ma troppo generica. Dovremmo insegnare loro a comprendere il sistema Terra.
Energia, acqua, atmosfera, clima, agricoltura, industria, città, trasporti e comportamenti umani non sono capitoli indipendenti di libri diversi. Sono parti interagenti dello stesso sistema.
Comprendere questa relazione non significa diventare ambientalisti. Significa diventare cittadini tecnicamente più consapevoli. Forse anche più intelligenti.
La missione Artemis II ci ha mostrato ciò di cui Homo sapiens è capace quando conoscenza, organizzazione e tecnologia vengono concentrate attorno a un obiettivo preciso.
Quattro persone sono state accompagnate per centinaia di migliaia di chilometri attraverso lo spazio e riportate sulla Terra. È giusto esserne affascinati.
Ma mi piacerebbe che la stessa capacità di organizzazione, la stessa fiducia nella scienza e la stessa ambizione fossero rivolte anche ad alcuni problemi molto più vicini.
Sfamarci tutti. Produrre energia senza compromettere il futuro. Non avvelenare l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo. Ridurre gli sprechi. Costruire città nelle quali sia piacevole vivere. Conservare un pianeta sul quale non abbiamo bisogno di una capsula pressurizzata per uscire di casa.

Continuiamo dunque ad andare sulla Luna. Andiamo su Marte, quando saremo capaci di farlo. Esploriamo il Sistema solare e cerchiamo di comprendere l’Universo.
Ma non confondiamo l’esplorazione con una possibile fuga.
Se un giorno l’uomo metterà piede stabilmente su altri mondi, sarebbe bello che lo facesse non perché ha reso invivibile quello dal quale proviene, ma perché ha finalmente imparato qualcosa da esso.
Forse la misura più alta del progresso di una civiltà non consiste nella distanza che riesce a percorrere nello spazio. Potrebbe consistere nella capacità di comprendere il sistema complesso nel quale vive e di diventare congruente con esso.
Il vero salto evolutivo che attende Homo sapiens potrebbe non essere imparare a vivere su un altro pianeta. Potrebbe essere imparare finalmente a vivere sul proprio.

