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Referendum del 20 e 21 settembre. Confronto tra le ragioni del SI e le ragioni del NO

Pubblichiamo la versione integrale del confronto sulle ragioni del SI e del NO uscito sul numero cartaceo di settembre 2020.
Referendum confermativo della legge di riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.
Il 20 e 21 settembre gli elettori angresi che si recheranno al seggio per votare riceveranno tre schede. Una per l’elezione del Sindaco e il rinnovo del Consiglio comunale; una seconda per l’elezione del Presidente della Regione e il rinnovo del Consiglio regionale; una terza per il referendum confermativo della legge di riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Il quesito referendario stampato sulla scheda sarà il seguente: Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019? Leggendolo così direttamente nella cabina elettorale, c’è il serio rischio di capirci ben poco. Ecco perché risulta di vitale importanza informarsi per tempo sul significato, sulle conseguenze e sulla storia del referendum stesso.
La legge in esame nasce da una proposta avanzata dal MoVimento Cinque Stelle nei primi mesi della diciottesima legislatura, al tempo dell’allora Governo Conte I. Trattandosi di una legge che mira a modificare la Costituzione, sono stati necessari ben quattro passaggi parlamentari (due per ciascuna Camera), l’ultimo dei quali è avvenuto l’8 ottobre 2019. A norma dell’art. 138 c. 2 della Costituzione, dal momento che nella seconda lettura la legge non ha ottenuto l’approvazione da parte dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, un quinto dei senatori ha potuto richiedere il referendum confermativo. Inizialmente fissato per il 29 marzo, questo è stato poi rinviato al 20 e 21 settembre dopo lo scoppio della pandemia.
Il testo della riforma prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Resta l’istituto dei senatori a vita, con la precisazione però che essi non potranno in alcun caso essere più di cinque. Viene eliminata in tal modo l’ambiguità per cui il limite dei cinque senatori a vita, già previsto dalla Carta costituzionale, poteva intendersi come numero massimo di senatori a vita presenti in Senato oppure come numero massimo di senatori che ciascun Presidente della Repubblica poteva nominare.
Per il referendum costituzionale del 20 e 21 settembre non sarà necessario raggiungere alcun quorum, motivo per cui esso sarà in ogni caso valido e il suo esito dipenderà unicamente dalla maggioranza dei voti. Chi si esprimerà per il “SÌ” voterà per confermare la riduzione del numero dei parlamentari; al contrario chi voterà “NO” si esprimerà per mantenere il testo originario della Costituzione.
Questo referendum vede contrapposti due schieramenti molto variegati ed eterogenei. “Il confronto è il sale della democrazia”, si dice spesso. Ecco perché “ANGRI ´80” in questo numero ha deciso di dare spazio alle voci di quattro angresi, provenienti dal mondo politico e dalla società civile, con lo scopo di illustrare ai lettori le ragioni del “SÌ” e le ragioni del “NO”. Abbiamo intervistato per il “SÌ” l’on. Virginia Villani, deputata del MoVimento Cinque Stelle, e il Cavaliere e Ufficiale dell’Ordine “al merito della Repubblica Italiana” Antonio D’Ambrosio; per il “NO” la dott.ssa Gina Fusco, dirigente provinciale del Partito Democratico, e la dott.ssa Adele Limodio, in passato funzionaria del Comune di Angri e segretaria cittadina dell’Unione di Centro.
Onorevole Villani, il 20 e 21 settembre i cittadini italiani dovranno recarsi alle urne, oltre che per le elezioni regionali ed amministrative, anche per pronunciarsi sul referendum confermativo della legge di riforma della Costituzione che riduce il numero dei parlamentari. Il MoVimento 5 Stelle ha fatto di questa riforma una vera e propria bandiera politica. Ci può spiegare il perché?

Il taglio degli sprechi e la riduzione della spesa pubblica sono da sempre i primi obiettivi del MoVimento 5 Stelle. Questo nostro modo rivoluzionario di fare politica, da cittadini nelle istituzioni, ha permesso fino ad oggi di restituire allo Stato 265 milioni di euro, parte dei quali sono stati poi da noi destinati alle popolazioni terremotate, al personale sanitario, alle nuove imprese ed alle scuole. Eppure non parliamo soltanto di una questione economica, perché grazie a questa riforma potremo semplificare e rendere più efficiente l’attività del nostro Parlamento, aumentare la trasparenza e la partecipazione dei cittadini. La riforma costituzionale proposta va, infatti, a contrastare i tentativi di chi vuole approfittare del voto degli elettori per costruire da zero nuove formazioni politiche il giorno dopo le elezioni. Il 20 e 21 settembre, insieme alle elezioni amministrative, ci saranno anche quelle per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania e ci sarà l’appuntamento con il referendum: sarà uno straordinario momento di partecipazione, democrazia diretta e libera che potrà dare ancora più valore e pregio a questo importante cambiamento che il Paese attende da troppo tempo. Dobbiamo puntare sull’efficienza delle istituzioni e sui tagli ai costi della politica. Noi vogliamo tagliare le poltrone, mentre l’altra politica fa di tutto per salvare il proprio posto facendo rientrare i privilegi dalla finestra, come già è accaduto per i vitalizi. Questo non possiamo accettarlo. Abbiamo fatto la nostra parte in Parlamento; ora tocca a tutti i cittadini italiani con una sola parola: “SÌ” al taglio dei parlamentari.
I sostenitori del “NO” non esitano a definire questa riforma come pericolosa. Essi, infatti, affermano che, se al referendum vincesse il “SÌ”, si avrebbe un taglio della rappresentanza, e quindi della democrazia. Cosa risponde loro?
Per noi la vera rappresentanza è avere in Parlamento degli eletti che difendano realmente gli interessi del territorio di appartenenza. Con il taglio di 345 parlamentari tra Camera e Senato possiamo farlo. Dopo questo taglio l’Italia avrebbe un parlamentare all’incirca ogni 85mila elettori, rispetto ad una media di uno su 190mila delle democrazie con più di trenta milioni di abitanti. Del resto lo stesso Parlamento si è espresso più volte sul tema dicendo il suo “SÌ”, che si spera gli italiani ripeteranno alle urne il 20 e 21 settembre. Ridurre il numero dei parlamentari, come già indicato quattro volte in Aula con maggioranze molto larghe, non implica affatto il superamento del potere delle istituzioni, né il presidenzialismo. Ci sarebbe anzi un vero e proprio rilancio del Parlamento che, diventando meno affollato, sarà più credibile, efficiente e funzionale, perché composto da eletti più forti, autonomi e autorevoli. Ad oggi ci sono quasi mille persone, di cui un terzo diserta una votazione su tre: ma che senso hanno tutte queste spese? Servono parlamentari veri, pochi ma buoni, non quelli calati dall’alto che sono alla mercé del capo del loro partito.
Onorevole Villani, la riforma oggetto del referendum prevede una diminuzione del numero dei deputati dagli attuali 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Ciò comporterebbe chiaramente un abbassamento di tutte le soglie previste dalla Costituzione e dai regolamenti parlamentari. Occorrerebbe un minor numero di parlamentari per modificare la Costituzione, per accordare la fiducia al governo, per concedere alla magistratura un’autorizzazione a procedere nei confronti di un deputato. Alla luce anche delle “patologie” che investono la nostra democrazia (ad esempio il frequente fenomeno dei “cambia casacca”), non teme che tra gli effetti di questa riforma ci possa essere una eccessiva concentrazione di potere nelle mani di pochi?
Assolutamente no. Anzi, sono convinta del contrario. Meno parlamentari vuol dire un Parlamento più agile, più resiliente nei confronti delle lobby e dei gruppi di interessi. Ogni rappresentante si farebbe carico di una maggiore responsabilità nei confronti della circoscrizione elettorale di riferimento, sarebbe molto più visibile dai cittadini e, per questo, molto più controllabile. Ciò attiva un implicito meccanismo spronante nei confronti del deputato o del senatore. Gli effetti per il sistema parlamentare non possono che essere positivi in termini di autorevolezza e di prestigio dei membri della Camera e del Senato. Questa riforma inoltre dovrà essere accompagnata da una legge elettorale che garantisca l’effettiva rappresentanza, per fare in modo che il voto espresso sulla scheda dall’elettore traduca esclusivamente la sua volontà. Per questo abbiamo concordato con gli alleati di governo di lavorare senza indugi ad una legge elettorale che vada in questa direzione. Ci siamo impegnati per trovare una soluzione condivisa, basata sul metodo proporzionale.
Onorevole, la riduzione del numero dei parlamentari inevitabilmente toccherà da vicino anche la nostra regione, che, dagli attuali 60 deputati, passerà ad eleggerne soltanto 38. Il 4 marzo 2018 lei è stata eletta nel collegio uninominale dell’Agro, che comprende un territorio con quasi 300mila abitanti. Con l’approvazione di questa riforma e un probabile ritorno al sistema elettorale proporzionale, non si potranno avere collegi uninominali. Piuttosto avremo circoscrizioni e collegi plurinominali molto estesi che comprenderanno fasce ancora più ampie di popolazione. Non ritiene che in tal modo si possa rompere quel già fragile legame che intercorre fra gli eletti e il territorio di elezione?
Come accennato, il taglio impone una nuova legge elettorale che, si spera, cancellerà la scelta delle liste bloccate e ridarà potere, dignità e autorevolezza ai singoli parlamentari. Più rappresentativi, riconoscibili, responsabilizzati e un po’ meno inclini a votare gli interessi del “potente” di turno. Ciò significa eliminare la parete ad oggi esistente tra cittadini ed istituzioni. Una riforma di questo tipo, infatti, garantirà un metodo proporzionale, che da sempre è il più rappresentativo.
Onorevole Villani, tra i contrari a questa riforma sono in molti a sostenere che il taglio dei parlamentari potrebbe essere votato soltanto se inserito nell’ambito di una riforma organica e complessiva del sistema. Dal suo punto di vista, in caso di vittoria del “SÌ”, oltre alla legge elettorale, di cui abbiamo già trattato, quali sono le riforme e i correttivi che dovranno seguire l’approvazione di questa riforma?
“Il mondo cambia col tuo esempio, non con le tue parole” diceva Paulo Coelho [scrittore e blogger brasiliano, ndr] ed ecco perché allora questo Parlamento deve dare il giusto esempio, privilegiando il risparmio e l’attenzione alle casse dello Stato. Oltre alla legge elettorale, di cui abbiamo già parlato, cambiare il numero dei parlamentari vuol dire riformare i regolamenti di Camera e Senato e avere un accorpamento delle commissioni con una riduzione del numero di presidenti, vicepresidenti, segretari e relative indennità.
Non è cosa di poco conto, ma sostanzialmente il metodo è quello di intervenire in maniera precisa e puntuale senza stravolgimenti. È necessario però che la Costituzione sia calata nella realtà, nella complessità e nella velocità del tempo in cui viviamo adesso. Noi siamo animati dalla voglia, dal coraggio e anche dalla forza di riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Rispondiamo ad una semplice domanda: cosa chiedono i cittadini fuori? Noi del MoVimento 5 Stelle viviamo il territorio passo per passo e sappiamo che i cittadini sentono di aver bisogno di tanti parlamentari quante sono le risposte che sono in grado di cambiare lo stato delle cose. Nemmeno uno di più. Allora, cambieremo quello che servirà purché sia rispettata la loro volontà.
Onorevole, in Italia si discute spesso della necessità di una migliore selezione della classe dirigente da parte dei partiti. È emblematica la scandalosa vicenda del bonus Covid per le partite IVA percepito da alcuni deputati. Pensa che l’approvazione di questa riforma possa essere uno stimolo affinché i partiti selezionino finalmente in base al merito e alle competenze i candidati per il Parlamento?
Con la riduzione del numero dei parlamentari sarà richiesto a partiti e movimenti politici un atto di responsabilità, anche quando presenteranno ai propri elettori i candidati e magari pretenderanno di offrire il meglio ai cittadini. Solo così si supererà il problema del cambio di casacca, dei voti venduti o delle richieste insensate come quelle per il bonus Covid. Del resto il “SÌ” al taglio dei Parlamentari darebbe una picconata al trasformismo, che nella passata legislatura ha raggiunto un picco esagerato, privando i territori dei propri rappresentanti. Questa è la vera piaga che stiamo combattendo e non ci fermeremo.
Cavaliere D’Ambrosio, in vista del referendum del 20 e 21 settembre, lei si è schierato per il “SÌ” alla riduzione del numero dei parlamentari. Quali sono le ragioni di fondo che la spingono a pronunciarsi in tal modo?

Vorrei premettere che la storia di questo referendum parte da molto lontano, cioè da un libro di grande successo scritto nel 2007 dai giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Il libro si intitolava “La casta” e in esso venivano descritti, in modo corrosivo ma documentato, tutti i difetti e i privilegi della classe dirigente italiana e il suo rapporto con i cittadini, ossia con gli elettori. I parlamentari venivano ritratti quasi come degli “intoccabili” con una marcata egemonia su ampie fette di popolazione e con un ingiustificato potere gestito in maniera del tutto personale. Si è alimentata così l’onda dell’antipolitica, che il MoVimento Cinque Stelle ha saputo cavalcare nel tempo. Si pensi alla lotta contro i vitalizi. Ecco, dunque, che il 20 e 21 settembre i cittadini potranno dare compimento a queste decennali attese.
Come giudica la scelta del Governo di abbinare il referendum all’election day per l’elezione dei Presidenti di Regione e dei Sindaci e per il rinnovo dei Consigli regionali e comunali?
È una scelta giustificata principalmente da ragioni di natura economica. Il 20 e 21 settembre sette regioni italiane e oltre mille Comuni sparsi nella penisola saranno chiamati alle urne per le elezioni amministrative. L’accorpamento del referendum a questo appuntamento elettorale produrrà un risparmio di circa 500 milioni di euro, che altrimenti sarebbero stati spesi per svolgere il referendum in un’altra data.
Cavaliere, quali sono, secondo lei, i benefici che questa riforma porterà al funzionamento delle Camere?
Sicuramente con questa riforma molte attività parlamentari si velocizzeranno e numerosi processi diventeranno più snelli. Soltanto alla Camera attualmente ci sono quattordici commissioni permanenti, ciascuna delle quali è composta da quasi cinquanta deputati. Ognuno di essi chiaramente porta interessi di partito, ma anche propri, con emendamenti, atti e documenti vari. I dibattiti sono infiniti e spesso si perdono mesi e mesi per discussioni inutili. La vittoria del “SÌ” al referendum obbligherà il Parlamento a rivedere la propria organizzazione interna, tanto alla Camera quanto al Senato. Degli attuali 945 parlamentari ne rimarranno 600. Un numero ridotto di parlamentari obbligherà anche ad avere meno gruppi politici, eliminando dunque la frammentazione del Parlamento in tanti gruppi e gruppetti che spesso non hanno neppure ragione di esistere in quanto non corrispondono ai partiti e movimenti votati dai cittadini. I 600 eletti saranno dunque più responsabilizzati e riconoscibili, così da arginare anche il fenomeno dei “cambia casacca”, con centinaia di parlamentari che passano da un gruppo all’altro anche più volte durante la legislatura.
Cavaliere D’Ambrosio, con il referendum del 4 dicembre 2016 i cittadini italiani furono chiamati ad esprimersi sulla riforma costituzionale c.d. Renzi-Boschi, che in fin dei conti pure avrebbe tagliato il numero dei parlamentari. In quella occasione lei si schierò pubblicamente per il “NO”. È possibile un paragone tra quel progetto di riforma, poi naufragato, e quello voluto adesso dal MoVimento Cinque Stelle?
La riforma c.d. Renzi-Boschi, oltre a prevedere un taglio del numero complessivo dei parlamentari, contemplava numerose altre modifiche alla Costituzione, dal superamento del bicameralismo perfetto alla modifica delle regole per la raccolta delle firme per i referendum abrogativi. Veniva cambiato anche il sistema di elezione del Presidente della Repubblica. Addirittura il Senato non sarebbe stato più eletto dal popolo, bensì dai Consigli regionali con un metodo sostanzialmente proporzionale. L’iter di approvazione delle leggi sarebbe stato totalmente diverso e avrebbe interessato solamente la Camera dei deputati. Insomma, il nostro sistema bicamerale voluto dai padri costituenti sarebbe stato trasformato in un sistema monocamerale.
Cavaliere, una delle principali argomentazioni dei sostenitori del “NO” è il rischio di vedere danneggiata la rappresentanza in Parlamento dei cittadini. Non ritiene che questa sia una preoccupazione fondata?
Con questa riforma l’Italia si ritroverebbe ad avere un parlamentare ogni 100mila abitanti. Basti pensare che negli Stati Uniti d’America gli eletti sono 535 fra il Senato e la Camera dei rappresentanti, in una nazione con circa 330 milioni di abitanti. In Italia avremmo 600 eletti con 60 milioni di abitanti. Bisogna rilevare poi che in Italia, oltre ai 945 parlamentari, vengono eletti anche 884 consiglieri regionali; per cui ci ritroviamo un legislatore ogni 33mila persone. A mio parere, uno spreco enorme di soldi, con leggi spesso inutili e contraddittorie.
Dottoressa Fusco, il 20 agosto scorso, ad un mese esatto dal referendum costituzionale, lei, con un post sul suo profilo Facebook, si è schierata per il “NO” al taglio dei parlamentari. A livello nazionale il suo partito naviga nell’incertezza e, pur avendo votato questa riforma nel suo ultimo passaggio parlamentare nell’ottobre 2019, non sembra convinto a dare il suo sostegno alle ragioni del “SÌ”. Ci spiega il motivo di tanta incertezza, ma soprattutto di questa sua presa di posizione così netta?

La verità è che questa riforma non convince neppure i sostenitori del “SÌ”. Non ne troverà uno che non affermi che è necessario accompagnare il taglio dei parlamentari con una nuova legge elettorale. Ed allora mi chiedo: come è possibile subordinare la modifica della Costituzione ad una legge futura ed incerta di cui non sappiamo ancora nulla? Non va bene. Nello scenario attuale intere comunità resterebbero prive di rappresentanza parlamentare e la rappresentatività è un elemento fondamentale di un sano sistema parlamentare. Questo la dice lunga sulla bontà della riforma. Siamo davanti ad una proposta che non è una riforma, ma uno slogan. Un po’ come quello dell’abolizione della povertà. Io non ho intenzione di prestarmi a queste pagliacciate e ribadisco il mio “NO”.
Dottoressa, nel già citato post del 20 agosto lei ha scritto: “In molti, anche nel mio partito, pur riconoscendo che non è una buona riforma, non si schiereranno perché hanno paura di risultare impopolari, ma soprattutto perché temono le conseguenze del NO sulla tenuta del Governo”. Perché, a suo giudizio, il “NO” è una scelta impopolare? E a quali conseguenze per il governo nazionale fa riferimento?
La riforma cavalca un sentimento o, per meglio dire, un orientamento assai diffuso negli ultimi anni: quello dell’antipolitica. L’equazione è molto semplice: tagliare i parlamentari è utile perché la politica è inutile. Per molti, poi, è un’operazione ragionieristica finalizzata al risparmio di risorse pubbliche. Tuttavia questa tesi è ancor meno convincente perché si sarebbero potuti tagliare gli stipendi, piuttosto che i seggi. Alcuni movimenti hanno costruito la loro fortuna politica soffiando sul fuoco dell’antipolitica. Una vera beffa, se ci pensa. Oggi il M5S, promotore della riforma, è al Governo e il suo Presidente del Consiglio intende intestarsi la vittoria del “SÌ”; per questo motivo è complicato per le altre forze di Governo schierarsi a favore del “NO”. Personalmente sono del tutto contraria alla narrativa anti-casta che vuole la politica più debole e maggiormente subordinata ad altri poteri.
Dottoressa Fusco, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016, con il quale i cittadini italiani furono chiamati ad esprimersi sulla legge di riforma della Costituzione voluta dal PD, e in particolare dal segretario Renzi e dalla ministra Boschi, lei era schierata per il “SÌ”. Eppure anche quella riforma prevedeva un taglio del numero complessivo dei parlamentari, peraltro con una delle due Camere, il Senato della Repubblica, che veniva ad essere non più eletto dai cittadini. Quali sono le principali differenze tra questi due progetti di riforma che la inducono ad assumere posizioni opposte?
Non ritengo la Costituzione intoccabile, né sono tra quelli che gridano alla deriva autoritaria. Sono a favore di una modifica del bicameralismo perfetto e del ritorno di una serie di competenze allo Stato centrale, così come prevedeva il referendum del 2016. Quella di cui discutiamo non è una riforma che incide sull’efficienza del nostro sistema istituzionale. Avremo meno parlamentari, ma con le medesime funzioni ed anche con i medesimi privilegi.
Nelle settimane precedenti il referendum del 4 dicembre 2016 lei scriveva: “Diciamoci la verità, se non ci guardiamo la riforma e dobbiamo decidere in base alla fiducia che ci ispirano molti di quelli che dicono SÌ e molti di quelli che dicono NO, difficilmente il 4 dicembre ci muoveremo di casa”. Ripeterebbe ancora questa affermazione? In Italia esiste un problema di leadership? Non crede che il taglio dei parlamentari possa spronare la politica ad offrire finalmente una classe dirigente che ispiri fiducia nei cittadini?
Esiste un problema enorme di fiducia nella classe dirigente. Non esiste, però, alcun criterio che faccia sperare in una selezione maggiormente meritocratica. Sono altre le riforme che servono al Paese, dal sistema fiscale alla giustizia, alla pubblica amministrazione. Serve più politica insomma, non meno politica.
Dottoressa Fusco, lei è una dirigente provinciale del Partito Democratico. Una vittoria del “SÌ” a questo referendum quali “danni” potrebbe arrecare al nostro territorio? Con un sistema elettorale che ad oggi non prevede le preferenze per l’elezione di deputati e senatori, pensa che le segreterie nazionali e locali dei partiti sarebbero investite di un eccessivo potere di scelta dei “pochi” da mandare in Parlamento?
La sproporzione del potere di scelta in mano alle segreterie dei partiti è la conseguenza più ovvia del taglio dei parlamentari. Esistessero dei partiti organizzati sarebbe ancora accettabile, ma nella realtà saremo davvero in balia delle scelte di pochi.
Dottoressa Limodio, recentemente lei ha dichiarato sui social che voterà “NO” al referendum del 20 e 21 settembre, con il quale i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi sulla riforma che riduce il numero dei parlamentari. Ci può spiegare le ragioni di questa sua contrarietà?

La mia preoccupazione fondamentale è che, nel ridurre le unità dei nostri rappresentanti, si riduca anche la capacità degli stessi di rappresentare i propri elettori e il proprio territorio. Oggi in Italia abbiamo un deputato ogni 96mila abitanti all’incirca; con la riduzione andremmo a determinare che ciascun deputato potrebbe essere espressione di circa 150mila abitanti. Si andrebbero così a delineare dei collegi molto ampi su territori con esigenze molto diverse; molti piccoli partiti andrebbero a scomparire, mentre intere parti di territorio perderebbero addirittura la forza di farsi rappresentare. Il punto qui non è ridurre sic et simpliciter i parlamentari; è una questione di rappresentanza, e quindi di democrazia. La nostra Repubblica è fondata sull’elemento della rappresentanza. Se vincesse il “SÌ”, probabilmente verrebbe meno uno dei principi fondamentali dell’ordinamento. Altra cosa sarebbe se si andasse a riformare anche la legge elettorale con l’introduzione di un sistema proporzionale in cui finalmente ciascun cittadino può esprimere la sua preferenza per questo o quel candidato, cosa che attualmente non è concessa. In tal caso si potrebbe anche cambiare opinione rispetto a questo taglio che si vuol fare. Il cittadino deve ritornare ad essere una forza attiva.
Eppure si prevede per le casse dello Stato un notevole risparmio di costi, stimato in circa 80 milioni di euro all’anno, che equivalgono a quasi mezzo miliardo per ogni legislatura…
Si tratta di un risparmio molto esiguo, a fronte di una spesa pubblica che è assai più ingente. È un risparmio reale, ma in quale contesto avviene? La gestione del Parlamento sarà uguale: non verranno tolti i collaboratori, gli assistenti parlamentari, gli impiegati degli uffici, delle commissioni. Ed è lì il grosso del bilancio, con una spesa che si aggira intorno ai 390 milioni ogni anno. Ecco perché la mia più grande paura per questo referendum è che molta gente voterà “di pancia”, ossia voterà per eliminare una “marmaglia”. Ben vengano i tagli, ma allora tagliamo anche gli stipendi ed eliminiamo definitivamente i vitalizi.
Dottoressa Limodio, i sostenitori del “SÌ” citano spesso il paragone tra il Parlamento italiano e quello dei maggiori Stati europei. La Germania, con i suoi 80 milioni di abitanti, elegge il Bundestag, che conta “soltanto” 700 membri; il Parlamento spagnolo ha poco più di 600 eletti, mentre in Francia l’Assemblea Nazionale conta meno di 600 membri. Dunque, secondo questo paragone, l’Italia ha troppi parlamentari. Non crede? O forse questi numeri vanno letti insieme al sistema elettorale vigente in ciascuno Stato?
In tutti gli esempi citati è molto forte l’elemento presidenziale. E anche l’elemento governativo è incardinato diversamente. Trovo fastidioso e ridicolo per l’Italia questo scimmiottare gli altri Paesi europei, prendendo qualcosa di qua e qualcosa di là per cercare di conformarsi agli altri. Noi abbiamo una storia e una cultura politica diverse alle spalle. L’Italia è una Repubblica rappresentativa, in cui ogni singola persona ha la possibilità di esprimere ciò che è e ciò che pensa. O cambiamo la nostra idea delle istituzioni, o le riforme restano delle mezze cose che non portano poi a nulla.
Ha notato anche lei che di questo referendum si sta parlando molto poco? Come se lo spiega?
Nell’election day avrei volentieri evitato la concomitanza con un appuntamento così importante come il referendum. Non se sta parlando perché non fa comodo parlarne. Con il tempo tutte le posizioni si sono un po’ sbiadite. Chi era per il “NO” adesso è per il “SÌ”, ma senza troppa convinzione. Probabilmente i partiti tendono più a salvaguardare un proprio potere di gestione che, con questa riforma, andrebbero a perdere. All’inizio di questa campagna elettorale ho auspicato che ogni cittadino si faccia parte attiva nei processi. Non possiamo soltanto aspettare di votare ogni cinque anni per poter giudicare i nostri rappresentanti. Non possiamo sempre delegare. Basta essere passivi. Ma forse del referendum non si parla perché in fondo a nessuno fa comodo scendere dal palazzo per andare a votare.
Dottoressa, qualcuno in questi giorni ha scritto che “per questo referendum i partiti sono in cerca d’autore”. Considera naturale questa incertezza all’interno dei partiti?
Ritengo che questa incertezza nasca dalla consapevolezza che, tagliando il numero dei parlamentari, sorgerebbero due problematiche. Da una parte si andrebbe a perdere il proprio contesto di potere rispetto ad una parte di popolazione. Dall’altra parte si ha paura di essere inglobati in un meccanismo talmente grande in cui alcune posizioni consolidate nel tempo andranno a sfaldarsi. In altre parole: la forza elettorale che un candidato dovrà avere sul territorio per essere eletto sarà molto più grande. Molti fanno l’esempio degli Stati Uniti, dove il Congresso è costituito da poco più di 500 parlamentari, a fronte di oltre 300 milioni di abitanti. Ma quante lobby influenzano le elezioni negli USA? Trump è l’espressione delle lobby. Bisogna prestare molta attenzione nel fare questi paragoni. Nulla vieta che noi italiani potremmo cambiare la visione delle istituzioni, ma per fare ciò avremmo bisogno di nuovi visionari, che io attualmente non vedo.
I sostenitori del “SÌ” affermano che, grazie a questa riforma, il Parlamento diventerà più efficiente, l’approvazione delle leggi sarà più semplice e rapida e numerosi altri processi si velocizzeranno. Queste affermazioni la trovano d’accordo?
Non sono d’accordo perché, pur togliendo un certo numero di persone dal Parlamento, non si cambia il sistema con cui in Italia si approvano le leggi. Il processo legislativo non viene minimamente inficiato da questa riforma; i lavori delle Commissioni ci dovranno comunque essere. Ciò che si cambia è che a decidere non saranno più in 945 ma in 600 e questi forse, mossi dalle lobby, faranno più in fretta. Forse i tempi si ridurranno semplicemente perché gli interessi saranno più concentrati e meno condivisi. Si verrebbe a creare quasi un’oligarchia. Ecco perché occorrono cittadini più consapevoli per una politica più attenta.
Dottoressa Limodio, ora una domanda secca: considera questa riforma una riforma populista?
Sì, ma se per populismo intendiamo il voto “di pancia”, cioè il populismo come messa in moto di quei meccanismi di compiacimento che la gente cerca per convincersi di un’idea. Questa riforma parla di 345 persone che andranno a casa, parla di 345 “poltrone” in meno, per cui la gente è contenta perché vede l’inutilità di queste persone che spesso dormono, urlano, strillano e fanno bagarre.
Dottoressa, la battaglia per il “NO” a questo referendum può essere interpretata per certi versi come una battaglia per la difesa della vecchia casta e dei suoi privilegi. Accettando l’invito per questa intervista lei ha scelto di metterci la faccia. Perché?
Noi cittadini dobbiamo essere consapevoli che, quando andiamo a votare, lo facciamo mossi da un’idea, da un punto di vista. Ci metto la faccia perché amo confrontarmi con gli altri. È vero che io, dicendo “NO”, non cambio nulla. Ma, così facendo, io ho ancora la possibilità di cambiare qualcosa in futuro. Invece, dicendo “SÌ”, verranno tolte queste persone dal Parlamento, ma noi cittadini non otterremo nulla. Anzi, secondo me, la casta amplificherà il proprio potere perché riuscirà a mantenere sotto la sua egida una parte maggiore di territorio. Perciò io confermo il mio “NO” perché pretendo che la casta debba darmi delle risposte per far sì che io cittadina possa cambiare lo status quo.
Antonio Pontecorvo

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