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Cosa rimane di buono sulle nostre tavole? A colloquio con l’agricoltore Michele che ci parla delle sue colture biologiche.

Fin dai primi albori, a memoria d’uomo, la nostra cittadina è stata fulcro delle più importanti attività agricole della valle del Sarno. A tal punto che, dopo diverse ricerche storiche, si è giunti a ipotizzare che anche il nome Angri derivasse dal latino ager-agri, che, tradotto letteralmente, significa “ campo, territorio”. Ma cosa è rimasto nei nostri campi, e dunque sulle nostre tavole, di questa tradizione millenaria?
Lo abbiamo chiesto ai numerosi agricoltori, piccoli proprietari terrieri, che, ancora oggi, seppur consapevoli di come questo antico mestiere stia morendo, sotto il peso di moderni latifondisti, padri di aziende dal fatturato milionario, popolano numerosi le campagne delle nostre periferie.
“Fino a qualche tempo fa – ci racconta Michele, agricoltore 60enne – era ben diffuso il marchio del San Marzano DOP, fiore all’occhiello della nostra agricoltura. Ma oggi il vero pomodoro San Marzano sembra per lo più scomparso, colpa dei tentativi di massificazione, probabilmente. Sono rimasti davvero in pochi a custodire il segreto di questo pomodoro, che è simbolo delle nostre terre”.
Michele è figlio di agricoltori e ne ha seguito le orme.

“Ho cercato di rimanere fedele alla genuinità dei miei prodotti – ci confida – come ha fatto mio padre. In molti, ora, si affidano a una quantità eccessiva di farmaci e pesticidi, per rendere l’ortaggio più grande, più bello, e in pochi guardano alla qualità. Fortunatamente, esistono ancora persone oneste, che vogliono per i consumatori lo stesso bene che desiderano per i propri figli ed è grazie a questo tacito accordo di fiducia tra chi produce e chi acquista, che sopravvive il valore del nostro mestiere. Siamo uomini d’onore”.
“Ma poi – continua – basta accendere la televisione per capire che, neanche troppo lontano dai nostri campi, si consuma una tragedia. Addirittura persone che coltivano su tonnellate di spazzatura seppellita, vendono i loro prodotti ad aziende che li portano sulle tavole di mezza Europa. Noi, invece, possiamo ancora contare sul buon esempio di chi, per la vicinanza delle acque inquinate del Sarno, ha deciso di coltivare fiori, così da allontanare il pericolo di avvelenare la salute pubblica. Purtroppo, però, spesso il consumatore non si rende conto di cosa chiede a noi coltivatori. Se volete mangiare fragole grandi come mele, nel bel mezzo di gennaio, noi agricoltori locali che teniamo ancora al nostro lavoro non possiamo aiutarvi. È anche per questo che in molti non si rendono conto della grande fatica che facciamo e spesso ingiustamente il nostro lavoro non viene valorizzato come dovrebbe. C’è chi come me, ad esempio, pratica la coltivazione biologica tramite l’utilizzo dei prodotti delle api: la fatica perché il prodotto riesca di qualità è tanta, come sono tante anche le spese, ma il mio prodotto viene valutato come quello di chi si limita a usare pesticidi in quantità anormali”.
Viene da chiedersi, dunque, se la scomparsa della genuinità dalle nostre tavole, sia colpa davvero dell’agricoltore.
“Io garantisco – ci rassicura Michele – che i prodotti che vendo sono gli stessi che faccio mangiare alle mie figlie, perché non ho mai barattato la qualità con qualcosa di più semplice e lo stesso posso garantire per la maggioranza dei coltivatori locali, perché alla fin fine ci conosciamo tutti.
Ma capite bene che anche questo è un marketing: se la richiesta cambia, cambiano le produzioni. A pagarne il prezzo, però, siamo solo noi coltivatori: le mie fragoline di luglio, che ho coltivato con fatica e che troppo spesso sono costretto a vendere a un prezzo che mi permette appena di rientrare nelle spese, poco possono contro delle fragole invernali, grandi come mele e che costano la metà”.
La scelta, dunque, è solo del consumatore. La chiave, per non inciampare in prodotti contraffatti e scadenti, è di chiedere sempre la provenienza dei prodotti che poi finiscono sulle nostre tavole, preferendo una coltivazione a chilometro zero.
“Venite a vedere come lavoro – conclude Michele – perché abbiamo la fortuna di vivere in un paese che si fonda sull’agricoltura. Comprate direttamente dagli agricoltori, vostri compaesani!”.
Antonella Grimaldi

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