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1892: Angri vista da un non angrese

Come eravamo… e siamo ancora?

Pubblichiamo integralmente il poemetto “Angri nel 1892” di Giovanni Matteazzi, uscito a puntate su ANGRI ’80 cartaceo con commento a cura di Luigi D’Antuono.

Intorno al 1890 venne ad abitare ad Angri il Sig. Giovanni Matteazzi, nonno di Rosa Matteazzi (da tutti chiamata “la signora belga”), la quale sposò poi un vedovo, Michelangelo (detto Emilio) Marotta; dal loro matrimonio nacquero Olimpia, Marco (detto “Marcone”) e Ugo.
Giovanni Matteazzi, uomo colto e perspicace, dopo qualche anno sentì il bisogno di scrivere e di pubblicare a sue spese un Poemetto composto da 95 sonetti, ognuno dei quali composto da 8 versi a rima baciata, intitolato “Angri nel 1892” e stampato a Pompei presso la “Tipografia Editrice Romanelli”.
In 36 paginette Matteazzi fotografa, senza alcuna remora, Angri e gli Angresi, descrivendone vizi e virtù, pregi e (soprattutto) difetti, molti dei quali sorprendentemente uguali a quelli del 2014; a quelli, cioè, di 122 anni dopo.

Oltre ad essere una persona di ottimo livello culturale, Giovanni Matteazzi era naturalmente dotato di una buona dose di arguzia e senso dell’humor. Lo dimostra fin dalla Prefazione, anch’essa in versi e composta da 5 quartine a rima baciata, nella quale mostra (o finge) di preoccuparsi delle eventuali reazioni che la sua impietosa analisi potrà provocare in qualche Angrese irascibile e intollerante alle critiche.
Di conseguenza, precisa da subito che ha pieno il cuore d’amor patrio e che il suo unico scopo è quello di rendersi utile ad Angri; poi, continua: “Se certi limiti oltrepassai e nell’esprimermi fui rude assai… fu perché blandir, nascondere non è per me. Pel bene pubblico svelata va… la verità”, anche se spiacevole.
Leggere questi versi, scritti oltre un secolo fa, da parte di chi, come il sottoscritto e gli altri redattori di ANGRI ’80, è ispirato dagli stessi identici sentimenti e dalle stesse forti motivazioni è veramente emozionante e confortante.
Come, allora, non essere da subito affascinati da questo signore “forestiero” talmente impegnato in questa sua battaglia per la crescita civile di Angri da rischiare l’impopolarità (nonché qualche “paliatone”) e talmente coraggioso da mettersi contro il Potere o inimicarsi qualche amico per amore della Verità e della Giustizia. Come non fare il parallelo con l’impegno socioculturale, la storia e le vicende di ANGRI ’80, pronto a segnalare e valorizzare le energie migliori del nostro paese, ma anche a sbattere in faccia agli Angresi i loro errori e le loro contraddizioni, subendo per questo ingiurie, minacce e ritorsioni.
“Angri nel 1892” è un poemetto abbastanza lungo e variegato; pertanto, lo commenteremo in varie puntate, partendo subito dalla sua iniziale descrizione di Angri e degli Angresi di allora:

1. C’è tra Napoli e Salerno
Un Paese non moderno,
Sito a pié del Montalbino,
Che Angri nomasi, e bellino
Sembrar puote in lontananza,
Mentre, inver, non l’è in sostanza:
Giù alla buona, all’avventura,
Farne or vò la dipintura.

2. Freddo intenso mai non fa;
Regna un po’ d’umidità:
In complesso il clima è sano,
Dolce sì, che il popolano,
I fanciulli ed altra gente,
Van vestiti poco, o niente,
Ed in quanto a calzatura,
Lascian fare alla natura.

Fatto rilevare, innanzitutto, che in questi primi due sonetti, ma ancor più in quasi tutti quelli successivi, Giovanni Matteazzi inizia con una nota positiva per poi lanciare una o più stilettate agli Angresi, si percepisce, da subito, il proposito dell’Autore di non fare sconti: Angri è “un paese non moderno”, che sembra “bellino”, ma non lo è, dove il clima è “dolce” e, di conseguenza, la gente ha la negativa (lascia intendere) abitudine di andare in giro seminuda e scalza.
Per farsi, forse, perdonare Matteazzi inizia il terzo sonetto con l’elogio degli Angresi, salvo poi leggermente ridimensionarlo:

3. Presi in massa, son gli Angresi
Buoni, affabili e cortesi;
Vispi, allegri e un po’ burloni,
Senza borie e pretensioni:
Menan vita materiale,
Sempre calma, sempre uguale;
Si contentano di poco,
Aman molto il patrio loco.

La critica, però, si accentua subito dopo allorché viene sottolineata l’abitudine degli Angresi (di allora?) a essere eccessivamente ossequiosi nei confronti di chi ritengono o presuppongono abbia un minimo di agiatezza economica, di potere o di importanza sociale, a prescindere dal fatto che poi queste persone siano effettivamente meritevoli del rispetto loro concesso:

4. Senza far gran differenza
Dan del Don, dell’Eccellenza,
A persone d’ogni ceto,
E, più ancor del consueto,
A color da cui traspare
L’agiatezza; né san fare
Distinzioni se meritati
Siano o meno, i titoli dati.

Probabilmente al Sig. Matteazzi, di buona famiglia e di ottimo livello culturale, dava poi notevole fastidio l’eccessivo uso (allora?) di parole volgari e scurrili da parte degli Angresi, per cui ne fa oggetto di specifica e dura critica:

5. Due parole in essa ed azzo,
Introducono a strapazzo
In qualunque lor discorso,
E talor fanno ricorso,
Con protervia par del mulo,
A una terza frase in ulo,
Senza accorgersi gran fatto
Del ciarlar sì basso e matto.

Con questi due ultimi versi l’Autore sembra voler ulteriormente calcare la mano, sottolineando che l’abitudine alle parolacce è talmente radicata negli Angresi che essi non riescono neppure più ad accorgersi di quanto sia grave e di basso livello parlare normalmente in tal modo.

Giovanni Matteazzi ricorda, poi, che ad Angri, da tempo immemorabile, vi sono solo tre guardie municipali e sei “pacifici” carabinieri, più che sufficienti a garantire l’ordine e la sicurezza nel paese; a dimostrazione del fatto che gli Angresi sono di buona pasta, ma, aggiunge criticamente, potrebbero dare, risultati anche migliori se fossero “ben presi, ben istruiti ed educati”.
Nel 1892 ad Angri vi erano più di diecimila persone, che Matteazzi chiama volutamente abitanti, e non cittadini, sapete perché? Perché moltissimi, di fatto, sono contadini che vivono solo teoricamente in paese, visto che prima dell’alba se ne vanno in campagna e poi tornano “nella casa abbandonata (solo) per passarvi la nottata”. Per la verità, precisa l’Autore, più che in vere e proprie abitazioni la maggior parte degli Angresi viveva in poveri tuguri, insieme agli animali:

9. V’han tugurii in cui sdraiate
Sullo strame (paglia ed erba secca) e agglomerate (ammassate)
Soglion star varie persone
Col bestiame in comunione
E che in pace, in armonia,
Dormon tutti in compagnìa
Respirando un’aria infetta,
Velenosa, maledetta.

Il Matteazzi, dopo aver ricordato che Angri si attribuisce il titolo di città senza averne titolo, continua accusando gli Angresi di essere dei provincialotti della peggiore specie che pensano solo ai bisogni primari dell’esistenza. Ma “l’uom non vive sol di pane” e “chi del brutto s’accontenta e del mal non si lamenta” (senza preoccuparsi affatto di conoscere e godere delle comodità, delle “allegrezze” e delle “dolcezze” della vita) o è un “filosofo” o è un “cretino”.
A questo punto, pensando forse di aver esagerato, l’Autore fa una improvvisa marcia indietro, talmente repentina da sembrare quasi una presa per i fondelli, mascherata da paura di essere letteralmente preso per i capelli o di subire qualche altro danno fisico:

14. Di tai tipi eccezionali (filosofi o cretini)
Sì perfetti, o irrazionali
Non v’è alcuno tra gli angresi;
Per cui spero che compresi
Nel ver senso i detti miei
Qui saranno, e pei capei (capelli)
Niun (nessuno) vorrà certo pigliarmi,
Né qualche altro danno farmi.

A confermare l’impressione di un falso vittimismo arriva il sonetto successivo, in cui il Matteazzi ribadisce, con fierezza e senza paura, la sua ferma volontà di voler continuare a mettere in evidenza, francamente e senza fronzoli, ciò che “occorre e più manca” per migliorare la vita ed il decoro degli Angresi “grandi, piccoli e meschini”.
A questo punto, l’Autore comincia a parlare (male) dell’Amministrazione comunale che dichiara di essere priva di risorse, mentre, invece, “sta benone di finanze” (quante volte, in questi anni, anche noi abbiamo sentito molti che si lamentavano perché iniziative meritevoli non erano state patrocinate dall’Amministrazione comunale perché vi era mancanza di fondi, salvo scoprire dopo che per gli amici degli amici o per soddisfare i capricci di qualche Assessore i soldi c’erano e tanti pure?).
Il Sindaco, sostiene Matteazzi, si dà molto da fare per tentare di risolvere i problemi che gli vengono segnalati; purtroppo, però, quasi tutti gli Assessori non collaborano e sono assenti, per cui:

19. Di successo coronati
Non son sempre i suoi conati (sforzi),
Perché seria e assai svariata,
Troppo vasta e complicata,
È, in effetti, la gestione,
Richiedente più persone,
Chè una sol non basta a tutto,
Né puote essere dappertutto.

Secondo Matteazzi l’Angri del 1892 è del tutto priva di cose pregevoli e di “rarità”; mancano “passeggi ed abbellimenti, palazzi e monumenti” e, addirittura, i Vespasiani, per cui “ricchi e poveretti… son costretti come i cani a lordar ogni strada”. Poche sono le case signorili, molte, invece, le stamberghe nei cortili, “dove l’acqua imputridisce, vizia l’aria e infastidisce gli inquilini ed i passanti”, i quali non fanno nulla per porvi rimedio.
E qui parte un nuovo attacco agli Angresi , alla loro infingardaggine ed alla loro congenita tendenza (solo allora?) a tenersi i problemi o al massimo a lamentarsi soltanto, piuttosto che assumere qualche iniziativa per risolverli da soli o insieme agli altri. Ovviamente, con queste premesse, neppure la Polizia locale (forse perché corruttibile) fa il proprio dovere e vede quello che dovrebbe vedere:

24. Ma le guardie cittadine
Non han occhi, poverine?!
Oppure c’è qualche motivo,
Qualche scopo lucrativo,
Che le induce a trascurare
Il dover di rapportare
Fedelmente tutti i giorni
I guai interni e dei d’intorni?

Con i due sonetti successivi si chiude questa parte del poemetto dedicata all’igiene urbana:

25. Le latrine e i letamai
Dàn motivo a’ giusti lai (lamenti)
Evvi (vi è) un ponte breve e basso
Sotto il qual, per sfogo e spasso,
I monelli ed altra gente,
Un concime assai potente
Depor(re) soglion(o) senza scorno,
Sia di notte, che di giorno.

Il ponte, breve e basso, a cui fa riferimento Giovanni Matteazzi dovrebbe essere, secondo me, il ponte all’epoca esistente all’incrocio tra Via Giudici e Via Zurlo, luogo che ancora oggi, infatti, viene chiamato e identificato come “’ncopp’ ‘o ponte”.
Poiché anche allora, come oggi, ai pochi “scribacchini” e cittadini che osavano segnalare disfunzioni e problemi veniva, probabilmente, detto di non “criticare soltanto, ma di fare anche delle proposte”, il nostro Autore si preoccupa di anticipare tale obiezione e di indicare immediatamente dopo una sua risolutiva proposta:

26. Ciò è gran male nell’estate,
Perché il puzzo, a gran folate,
Ammorbar suol tutti quanti
I vicini e circostanti.
Tale sconcio, tal flagello,
Con un semplice cancello,
Far cessare prestamente
Si dovrebbe prontamente.

Nel continuare la sua descrizione di “Angri nel 1892” Giovanni Matteazzi afferma che all’epoca (all’epoca?) i negozi non erano di una “grande bellezza” e l’uno valeva l’altro; anche i Caffè erano tutti uguali, tranne due meno “dozzinali”. Pochi i tipi di bibite venduti ed i liquori, quasi sempre, erano di marche scadenti; non vi erano giornalai né sale da biliardo (all’epoca giocavano a biliardo solo le persone di un certo lignaggio). I camerieri, ovunque, dimostravano scarsa professionalità ed erano “senza riguardi” nei confronti dei clienti.
L’Autore ricorda poi che nel 1892 ad Angri non vi erano né Hotels né alberghi, ma solo la “Gran locanda della Rosa”, che aveva la disponibilità di 2 stanze e 4 letti; per questo motivo raramente arrivano forestieri ricchi, anche perché non vi sono “tentazioni”, né teatri (allora?) né luoghi dove fare acquisti o godere di qualche “raro e ambìto” piacere, che potesse essere di conforto all’aspra vita di allora (qui il nobiluomo sembra chiaramente riferirsi alla assenza di “Case di tolleranza”).
Giovanni Matteazzi dedica, poi, ben tre sonetti all’unica “Congrega di carità” allora esistente ad Angri e, come al solito, prima la elogia, perché soccorre i bisognosi del paese (anche quelli che si vergognano di chiedere aiuto), poi l’accusa di sperperare i soldi disponibili e di destinarne, alla fine, solo un terzo ai poveri (guarda caso, è la stessa critica che oggi viene rivolta molto spesso alle Organizzazioni nazionali ed internazionali di volontariato):

31. Nove mille lire all’anno
Tien di rendita; ma vanno
Per due terzi spese in cose
Su di cui non vo’ far chiose:
Sol dirò che tra i più colti
Cittadini vi son molti
Del pensiero uguale al mio,
Che in qualcosa v’ha sciupìo.

Nel sonetto successivo, il nobiluomo veneto propone una sorta di “spending review” ante litteram, al fine di tagliare gli sprechi e le spese non pertinenti con la “mission” della Congrega e di avere, quindi, la possibilità di “erogare maggiori somme” ai poveri, visto che oltretutto in quel periodo (in quel periodo?) i tempi erano proprio tristi!
Concluso l’attacco alla Congrega, Matteazzi se la prende con chi non aiuta la Banda musicale cittadina, che, essendo mal pagata, suona raramente ed in modo svogliato, per cui è solo merito del capobanda se essa ancora vive, pur in cattive acque.
L’Autore, di seguito, ricomincia a martellare sui gravi problemi igienici allora esistenti ad Angri a partire da quello dell’allora (allora?) imbevibile acqua proveniente dai pozzi:

34. Util l’acqua del Serino
Qui sarebbe più del vino;
Stante che quella dei pozzi
Maltenuti, sporchi, sozzi,
È inquinata d’ogni cosa,
Tal che ovunque è disgustosa,
E in està compromettente
La salute della gente.

Nel sonetto successivo Giovanni Matteazzi lamenta l’assenza (allora?) dei marciapiedi, che si sente soprattutto nei periodi di pioggia, quando (allora?) le strade diventano “piscine e ruscelletti da guadare”, creando grossi problemi ai molti angresi che non possiedono gli stivali.
Problema opposto si presenta in estate, quando, a causa dell’assenza assoluta di innaffiamento delle strade, all’epoca non asfaltate, e del cronico insufficiente spazzamento del paese, è praticamente impossibile fare di sera una passeggiata, per cui si è costretti a non uscire e a “stare sempre in casa e a letto andare, come i polli, in prima sera…”, visto che nel 1892 la televisione ancora dovevano inventarla.

Con il 37° sonetto Giovanni Matteazzi sposta di nuovo la sua attenzione su quelli che oggi chiameremmo i “problemi di vivibilità” allora presenti ad Angri e comincia da quello dei cani randagi:

37. Troppi cani vagabondi
d’ogni razza, brutti e immondi
qui vi son, che, abbandonati
dai padroni ed affamati,
giorno e notte sulle strade
soglion stare, e spesso accade,
che, istigati dai monelli,
mordon donne, questi e quelli.

Di seguito, il nobiluomo veneto testimonia di essere stato lui stesso morsicato nel 1890 da un cane “arrabbiato” e di essersi salvato dal “pericolo di morte” solo grazie all’ottimo “gambale del suo rustico stivale”; confessa di aver fatto, nell’occasione, un “chiasso indiavolato”, ma nessuno se l’era filato. Invece, secondo l’Autore, il Comune dovrebbe dare ascolto, senza inopportune “remore”, alle preoccupazioni ed alle richieste di chi chiede l’assunzione di un “canicida”, che prima acchiappi e poi ammazzi i cani randagi. Inoltre si dovrebbero perseguire e multare pesantemente quei proprietari di cani di grossa taglia che avevano l’abitudine (solo nel 1892? Purtroppo ancora oggi!) di portarli in giro senza museruola.
Ma, come al solito, Matteazzi, dopo aver buttato la pietra tenta di nascondere la mano. Preoccupato, forse, di essere stato troppo drastico, di essersi alienato l’amicizia degli amici dei cani ed, in particolare, degli uomini di rispetto che anche allora amavano andare in giro portando (forse) al guinzaglio (ma senza museruola) cani di una certa stazza, si affretta a precisare: “Per me il cane è l’animale più simpatico”, ma il male che un cane malato di rabbia può arrecare all’uomo è tale da giustificare le mie preoccupazioni e tutto il mio rigore; del resto, sottolinea ancora, l’integrità fisica di un solo uomo vale, di certo, più di quella di tutti i cani esistenti al mondo.
A proposito di salute e benessere pubblico l’Autore, poi, lamenta e denuncia la mancanza ad Angri, nel 1892, di un Ospedale o di un posto dove assistere i casi gravi ed urgenti; se il nobiluomo veneto avesse saputo che dopo oltre 120 anni la situazione ospedaliera, di fatto, sarebbe stata praticamente ancora la stessa forse avrebbe evitato di perdere tempo a scriverne nel poemetto:

42. Manca affatto uno spedale,
o un qualunque sia locale,
ove, in casi gravi, urgenti
di disgrazie e ferimenti,
vi si possa collocare
e alla meglio un po’ curare
chi abbisogna d’assistenza
e dell’opra della scienza.

Giovanni Matteazzi passa, quindi, a presentare e descrivere la situazione dell’economia angrese: le industrie, afferma, sono poche (come oggi) e tutte nel ramo tessile (oggi non ci sono neppure più queste); quasi tutti gli abitanti di Angri vivono di agricoltura e, per questo motivo, vi è un florido commercio di prodotti agricoli, i cui proventi, però, finiscono nelle tasche dei proprietari terrieri:

44. V’ha commercio col di fuori
di carciofi e cavolfiori,
di piselli e di patate
di granone ed insalate.
ma di tutto ciò il padrone
ha la parte del leone,
ed i poveri coloni
n’han ben scarsi guiderdoni (benefici).

Racconta, poi, l’Autore che gli Angresi non mostrano avere particolari esigenze rispetto alla propria alimentazione, la quale è basata sulle verdure e, soprattutto, sul pomodoro che (crudo, cotto, a pezzettini, schiacciato e come sugo) viene utilizzato in mille modi. Guai se venisse a mancare! Nessun altro prodotto della terra potrebbe sostituirlo! Per questo motivo “in tutte le famiglie angresi si scongiura il buon Dio” di garantirne ogni anno un’abbondante raccolta, anche perché la carne costa molto (pure oggi, nel 2014, con l’aggravante che è meno buona ed è a rischio estrogeni).
Nei giorni di festa gli Angresi preferiscono mangiare maccheroni e bere molto vino, tant’è vero che poi molti si ubriacano, diventano insolenti e provocano per futili motivi “zuffe e ferimenti, molto chiasso e gran spaventi”, costringendo anche le persone perbene ad uscire di casa armati “di revolver, di coltello o, almeno, di un buon randello”. E Matteazzi si chiede: Come mai le Autorità non intervengono? Come mai fino ad oggi ad Angri non è stato mai processato né tantomeno condannato per molestie alcun ubriacone?
Subito dopo, in una sorta di crescendo rossiniano, Giovanni Matteazzi attacca duramente i commercianti angresi, per i quali ormai rubare (sul peso, sulle misure e su altro) non è più peccato, ma solo un mezzo ed un modo per aumentare il proprio profitto, ritenuto sempre troppo esiguo.
Giunti a questo punto, l’Autore ha buon gioco a sostenere, scandalizzato, che, purtroppo, nel 1892, ad Angri tutto è lecito e a domandarsi: “A che serve allor la legge che castiga e che corregge?”. E se fosse vissuto nel 2014 con un Sindaco che, pur essendo stato reso edotto della situazione, va sfrontatamente ad inaugurare opere abusive costruite, oltretutto, su suolo pubblico? Sarebbe scappato di corsa, maledicendo il giorno in cui era venuto nel nostro paese!
Ad Angri non si prende alcun provvedimento neanche contro chi “versa in strada ogni sorta d’immondizie e fa un mondo di sporcizie…” e anche su questo tema, con le dovute differenze, basta chiedere informazioni a Gaetano Biondino ed agli altri abitanti di Via Taurana per verificare quanto anch’esso sia di estrema attualità (vedi i due ultimi numeri di ANGRI ’80).
Ad ulteriore dimostrazione del lassismo esistente all’epoca, l’Autore segnala che, assurdamente, la prigione mandamentale si trova nella Casa Comunale (a piano terra della Torre) e dà sulla via più frequentata del paese, per cui il carcerato può intrattenersi coi passanti, essere istruito e informato su ogni cosa gli interessi.
In questo contesto, il nobiluomo veneto si mostra, poi, estremamente preoccupato per la condizione di tantissimi bambini angresi, che, “sporchi, laceri a brandelli … a se stessi abbandonati”, si incontrano a frotte anche “nelle strade un po’ appartate”, con il rischio di “andare incontro a guai molto seri”. (Fine della quarta

Non so quanti siano, a questo punto, i lettori di ANGRI ’80 che come me si sono appassionati nel leggere e riflettere su questa nitida ed efficace “fotografia in versi” di Angri e dei suoi abitanti nel 1892. A chi avesse ancora dubbi sulle ottime qualità culturali di Matteazzi, sulla sua capacità di leggere e raccontare la realtà angrese, sulla modernità e (purtroppo) sulla attualità dei problemi sollevati, propongo la lettura di questi due sonetti:

58. Di tai cose il Municipio
non si avvede, e, pel principio
di nessuno scontentare,
lascia fare ed abusare.
All’igiene, alla decenza,
al dovere all’ubbidienza
delle leggi ad ogni costo
provveder fa d’uopo e tosto.

59. Inter nos, la tolleranza
troppo spinta è una mancanza,
un difetto, un’imprudenza,
che ben puote conseguenza
seria e triste generare
e ogni cosa peggiorare.
In ben tanti casi occor
Non dolcezza, ma rigor!

L’Autore, giunto a oltre metà del suo poema, sembra voler cominciare a tirare le somme dopo le tante denunce e le tante segnalazioni sui difetti degli Angresi e le arretratezze del paese, per cui tenta di andare al cuore del problema criticando la mentalità clientelare e lo scarso senso della legalità esistente in Municipio. Giovanni Matteazzi ci tiene però a precisare (dimostrando ancora una volta il suo livello culturale e la modernità del suo pensiero) che egli non è certo contro la tolleranza in sé, ma contro “la tolleranza troppo spinta” che diventa poi clientelare ed anarchica, la quale non può non determinare “serie e tristi conseguenze” per la collettività, in quanto, a questo punto, ognuno si sentirà autorizzato a non rispettare la legge o a farsi giustizia da solo.
Quanto sia poi attuale, ancora oggi, il messaggio del Nobiluomo di origini venete trapiantato ad Angri è giusto che siano i nostri lettori a deciderlo; quanto al sottoscritto il suo pensiero è noto, coincide perfettamente con quello di Matteazzi e, come lui all’epoca, non ha avuto paura a manifestarlo pubblicamente in questi anni bui per la democrazia, la legalità e la trasparenza ad Angri.

Se gli ultimi due sonetti commentati ci hanno stupito anche per la loro estrema attualità, quelli successivi non sono da meno, a partire, soprattutto, dal primo di essi:

60. Del Consiglio Comunale
c’è da dire e bene e male;
ché, fra trenta consiglieri,
ve ne son che ai lor doveri
bene adempion con coscienza,
mentre alcuni, per inscienza,
per incuria, o per partito,
copron male il posto ambito.

Quante volte abbiamo ascoltato Angresi di ogni ceto sociale esprimere ripetutamente gli stessi giudizi di Giovanni Matteazzi sui nostri Consiglieri comunali? Anzi, pure peggio, visto che giustamente il nobiluomo veneto non fa di tutta l’erba un fascio, mentre oggi si tende, qualunquisticamente, a non fare distinzioni per cui tutti i politici, in quanto tali, sono come minimo ladri e parassiti, a non “passarsi mai la mano sulla coscienza” per come votano alle elezioni amministrative, a fare autocritica e poi a quelle successive, coerentemente, scegliere (eleggere viene dal latino “eligere”, che significa appunto scegliere) ritenuti migliori e più affidabili, anziché in base a criteri familistici, clientelari o peggio ancora. Del resto, finché gli elettori non cambiano modo di votare, i candidati sindaci, i responsabili dei Partiti e gli organizzatori delle liste sono costretti, per vincere, ad adeguarsi alla mentalità dominante, ad allestire quante più liste è possibile (senza alcuna selezione) al fine di intercettare e catturare il maggior numero di voti o preferenze. Pertanto, il circolo vizioso si autoalimenta e non viene mai spezzato, per cui, qualche tempo dopo le elezioni, si ricomincia con i lamenti e le accuse, come se i Consiglieri fossero arrivati per scelta divina o da qualche notabile non angrese.
Nei due sonetti successivi l’Autore critica anche quasi tutti gli Assessori (ne salva solo uno) per il loro scarso impegno e li invita, pertanto, a trarne le conseguenze: DIMETTERSI !!! Infatti, scrive:

62. …Chi non può (o) non vuol accudire
al dover cui s’è impegnato,
se vuol essere rispettato,
si dimetta, e prontamente,
ché il bisogno è grande e urgente.

Da uomo di profonda cultura quale oggettivamente appare (oltretutto di origine settentrionale) Giovanni Matteazzi non poteva non criticare gli Angresi per un altro loro notorio difetto: la superstizione, diffusa a tutti i livelli, anche tra gli uomini di Chiesa e le persone rispettabili:

63. Regna gran superstizione
sia nel volgo, che in persone
rispettabili e di chiesa,
come in altre che pretesa
vantan d’esser furbe, astute,
educate e risolute.
E si parla di progresso? …
Qui siam sempre al punto stesso!

64. Nella casa comunale
ed in quel casin sociale,
come pure nella pretura,
nei caffè di jettatura,
di mal’occhio, seriamente
si discorre, e di sovente
casi esponsi di malìe,
di fatture e stregherìe.

Un popolo così generalmente superstizioso e pieno di pregiudizi, sostiene poi Matteazzi, non solo dà prova di una grande arretratezza culturale (dimostrando di essere rimasto al tempo degli Egizi), ma si rende anche ridicolo e insopportabilmente antipatico agli occhi dei forestieri.

A ulteriore dimostrazione della modernità del poemetto su Angri scritto nel 1892 da Giovanni Matteazzi, arrivano, a questo punto, ben 10 sonetti (nessun altro argomento è trattato così ampiamente) dedicati, pensate un po’, al vizio del gioco d’azzardo. Secondo l’Autore, allora, molti angresi ne erano “dominati” (oggi avremmo detto “dipendenti”), con grave danno per se stessi e per le loro famiglie, sconvolte e costrette a versare tante lacrime.
Visto il pluriennale impegno di ANGRI ’80 su tale patologia, la scoperta di questa ulteriore affinità tra noi e un eccezionale personaggio, che già 123 anni fa segnalava i gravi rischi sociali derivanti dalla diffusione del gioco d’azzardo, non poteva non rendercelo ulteriormente simpatico.
Figuriamoci che cosa avrebbe scritto oggi Matteazzi in presenza di uno Stato che lucra e fa lucrare (anche camorristi e mafiosi), di una ossessiva pubblicità tendente a convincerci che: “per diventare ricchi bisogna scommettere” e di una evoluzione tecnologica che permette di giocare anche senza muoversi da casa.
Eppure i primi tra i sonetti dedicati al gioco potrebbero essere stati, tranquillamente, scritti nel 2014, anche nella parte in cui Matteazzi descrive gli atteggiamenti dei giocatori ed i loro tic tipici dei superstiziosi…Leggere per credere
66. Fa davvero compassione
il veder certe persone
senza mezzi, né giudizio,
dominate dal gran vizio
di giocare d’interesse,
con gran danno di sé stesse,
dell’intera lor famiglia,
che nel pianto si scompiglia.

67. Nei caffè più specialmente…
quanti studi là, in disparte,
un accorto osservatore
puote far sul giocatore
che sta in perdita e disdetta
e a rifarsi indarno aspetta!

68. Tal perdente cambiar sedia
suole spesso, e molto tedia
i vicini spettatori
col dar loro di jettatori:
si contorce, ruota gli occhi;
e si gratta un po’ i ginocchi,
o più in su, per scongiurare
la malìa, che il fa dannare.
Dopo aver deprecato la mentalità, allora dominante, che riteneva “vigliacchi o spiantati” gli uomini che non giocavano d’azzardo e dopo aver sostenuto che le Autorità avrebbero dovuto “sorvegliare” più attentamente i giocatori, Giovanni Matteazzi attacca il gioco del Lotto (allora era solo settimanale, ora è addirittura anche “istantaneo”) ed i giocatori, indotti dalla dipendenza a fare i salti mortali pur di trovare i soldi per scommettere.
Se la prende, poi, l’Autore con certi “stupidi scienziati”della cabala, che fomentano i giocatori e, per ogni fatto che accade, sono pronti a dare i numeri da giocare.
Non manca, subito dopo, la nota di colore: Matteazzi segnala la presenza all’interno del Banco Lotto di un quadro della Madonna con lumi e lumini sempre accesi ogni venerdì sera:
73. Ogni Venerdì, di sera
lumi ad olio e lumi a cera,
in un banco qui di Lotto,
suolsi accender sopra e sotto
d’un effige di Maria,
(vedi santa furberia!)
Perché serva di zimbello,
chiami i merli a quel cancello.
Infine, il nobiluomo veneto, trasferitosi ad Angri, lancia un’invettiva contro chi aveva inventato il Lotto e chiede al Governo di fare come hanno già fatto altri Stati: abolire il Lotto, un “gioco maledetto”.
74. All’inferno certo andato
esser deve chi inventato
ha tal giuoco, sì fatale,
che seduce, e il maggior male
recar suole al popolino,
ingannato per benino.
è un’imposta volontaria
sì; ma ladra ed usuraria.

75. Ed il nostro buon Governo
sì leal, giusto e paterno,
perché tanto suol tardare
gli altri Stati ad imitare
che bandito, da tant’anni,
han sebbene in peggiori panni
dell’Italia, con effetto,
questo giuoco maledetto?
Povero illuso!!! Non solo il Lotto non è stato mai abolito, né allora né dopo, ma è pure cresciuto: sono nati il Superenalotto, il “Lotto più” ed il “10 e Lotto”, le estrazioni sono tre a settimana, si può giocare anche online e scegliere di puntare in molteplici modi (sul singolo numero estratto, sulla posizione di estrazione, sull’ambo, sull’Ambetto, sul terno, sulla quaterna, sulla cinquina).
Come se non bastasse, nel frattempo hanno inventato Lotterie e scommesse sportive, le varie famiglie di “GRATTA e VINCI”, i giochi online (poker, roulette, Bingo, ecc.) e le pericolosissime slot machines.

GIOVANNI MATTEAZZI

Grazie alla preziosa collaborazione del pronipote Ugo Marotta, siamo riusciti miracolosamente a recuperare la foto del Colonnello medico (?) Giovanni Matteazzi (1824/1906), di cui stiamo commentando il poemetto “Angri nel 1892”. La foto è stata scattata a Massaua (Eritrea) nel 1887.

Dopo aver dedicato ben 10 sonetti al gioco d’azzardo (in particolare al LOTTO) e dopo aver duramente criticato lo Stato che allora (e purtroppo anche oggi) non faceva niente per limitarne la diffusione, Giovanni Matteazzi si preoccupa di dare un’ulteriore “pennellata” al quadro di Angri che ha finora brillantemente dipinto. Con quale obiettivo? Quello di fare “luce netta” su altre brutte e cattive “usanze” allora presenti nel nostro paese, insieme a tanti altri “mali, abusi e sconcordanze (oggi forse le avrebbe chiamate, come me, contraddizioni)”.
Il nobiluomo veneto, senza giri di parole, va subito al sodo e attacca, senza timori reverenziali, il mondo cattolico e, in particolare, i bigotti. Penso che non ci sia bisogno di commentare i versi che seguono, tanto sono chiari e fermi nel condannare come allora si viveva la propria fede o, meglio, come si professavano i sentimenti religiosi.
77. Vi son vecchie zitellone,
antipatiche santone,
che reclutan le più belle
giovinette, e monacelle
le fan far dai lor compari,
militanti degli altari,
che, par, trovino gusto matto
star con esse in gran contatto.

78. Tale intrigo è ben palese;
basta andare nelle chiese,
sia di giorno, che di notte,
per veder tai donne a frotte
entrar leste ai primi tocchi
di campana, e co’ loro occhi
semichiusi ricercare
il lor santo e buon compare.

79. Queste donne sempre intese
ad oziare nelle chiese
trascurare soglion spesso
i dover del proprio sesso,
quelli sacri di famiglia,
e fa molta meraviglia,
che i lor bravi confessori
non riprovin tali errori!

80. Come dice l’evangelo,
la preghiera sale al cielo
da qualunque punto e sito
essa parta, e l’Infinito
non vuol ozio, ma lavoro
util sempre e con decoro.
S’è un gran male lo scetticismo
Non l’è meno il misticismo!

Ma non finisce qui! Il sonetto successivo è ancor più critico e va al cuore del problema senza risparmiare nessuno (preti, bigotte, amministratori comunali e volponi vari). Giovanni Matteazzi scrive nel 1892, ma anche questa ulteriore tematica da lui sollevata è di estrema attualità. Se qualcuno ha dei dubbi può andare sul sito del Comune e verificare quante sono le delibere di Giunta che nel 2014 hanno patrocinato e finanziato feste religiose svoltesi nel nostro paese.
81. Più di cento feste all’anno
con immenso e comun danno
qui vi son, e alcuni preti
sempre pronti con le reti,
fanno spesso processioni,
col concorso di volponi,
di bigotte, e di talune
personcine del Comune!

Ma il crescendo rossiniano di questo nobiluomo veneto, veramente in gamba e di grande spessore culturale, non è affatto giunto al suo punto massimo. Infatti, i versi successivi sono ancora più pregnanti e sollevano un problema (la devozione, di origine pagana, delle statue da parte dei cristiani) ancor oggi esistente e che la Chiesa postconciliare, la Conferenza regionale dei Vescovi hanno potuto a stento attenuare, ma non certo eliminare o superare.
82. Religione assai chiassosa
tutta culto, forma e prosa,
la materia qui si adora,
chè la grazia ognuno implora
senz’acume, né cervel,
non dal Santo ch’è nel Ciel;
ma da quel che il rappresenta
in effigie e vestimenta.

I due sonetti successivi commentano poi, più specificamente, il rapporto degli Angresi con S.Giovanni e sottolineano il fatto che il Santo Patrono, oltre ad essere invocato per guarire dalle malattie, viene anche, paradossalmente, pregato per essere aiutati e protetti nel compiere un reato o, addirittura, per favorire la morte di qualche nemico. Secondo Matteazzi questo modo di fare è talmente incarnato nella mentalità degli Angresi che nessuno di essi pensa, neppure lontanamente, di fare peccato se vuole il male degli altri, oltretutto con l’aiuto di S.Giovanni Battista, inondato, a tal fine, non solo di preghiere, ma anche di ceri e di…imprecazioni.
83. Il Patrono San Giovanni,
invocato nei malanni,
vien del pari scongiurato
pel suo aiuto in un reato,
o perché mandi gran
mali ai nemici personali;
morir faccia questo o quello
di veleno o di coltello.

84. Tai scongiuri in buona fede
pur si fanno, e nessuno crede
di far mal, di far peccato,
tanto è l’uso inveterato !
Per viemeglio indurre il Santo
a prestarsi in tutto quanto,
lo regalano di ceri,
e, talor, di vituperi.

L’ultimo dei sonetti dedicati da Giovanni Matteazzi alla religiosità degli Angresi è veramente bello e pregnante, ma, soprattutto, estremamente attuale come e più degli altri. L’Autore interroga se stesso, ma in realtà domanda agli abitanti del paese dove, ad un certo punto della sua vita, si era trasferito: Può essere questo il modo di pensare e di pregare ancora nel 1892 ? Allora “è tutta una bottega” ? Che cavolo si insegna nelle scuole, visto che regna ancora una tale ignoranza nelle menti degli Angresi ?
Se avesse saputo che nel 2015 saremmo stati più o meno allo stesso punto, probabilmente avrebbe rinunciato a scrivere il suo poemetto o a sprecare i soldi per stamparlo.
85. Ma che dicon, ma che fanno
certi preti in tutto l’anno?
Così ancor si pensa e prega?
Dunque è tutta una bottega?
Nelle scuole che s’insegna,
che ignoranza tanta regna?
Educar la mente e il cuore
Meglio è d’uopo, e con più amore!


Il pronipote di Giovanni Matteazzi, Marco Marotta (detto “Marcone”), con la moglie Olimpia Ferraioli.

Anche negli ultimi dieci sonetti del suo poemetto, dedicato ad Angri e agli Angresi, Giovanni Matteazzi ne evidenzia i pochi pregi ed i tanti difetti e trova modo di stupirci, ancora una volta, per l’acutezza delle sue riflessioni nonché per la sua onestà intellettuale che lo porta a dire pane al pane e vino al vino.
Il primo attacco è rivolto, senza alcuna remora, a coloro che dovrebbero controllare il rispetto delle norme allora vigenti sull’istruzione obbligatoria fino alla quinta elementare. La critica viene estesa anche agli ispettori governativi che quando vengono ad Angri non fanno il loro dovere, “guardano e non vedono molte cose sconce”, che rendono “derisoria l’istruzione obbligatoria”. E, visto che l’Autorità non fa rispettare la legge, accade che ogni famiglia fa quello che vuole e decide autonomamente se mandare i figli a scuola o crescerli “come può fare l’ignorante più volgare”.
Addirittura, poi, ogni anno accade che buona parte dei già pochi iscritti, mese dopo mese, si ritirano dalla scuola:
88. L’inscrizione a stento a stento,
tocca in media il sei per cento
degli Angresi qui abitanti;
mentre poi si tira avanti
in continua consunzione,
talchè in fine di stagione,
son gli alunni appena un terzo
degl’inscritti per ischerzo.
L’ultima denuncia del nobiluomo veneto trapiantato ad Angri al seguito del figlio, riguarda la deleteria divisione degli Angresi in due partiti eternamente e duramente contrapposti tra di loro.
90. Pace, Angresi, e fratellanza!
Con reciproca scordanza
d’un passato corruccioso,
che fu a tutti pernicioso!
Già la cara Città vostra
decaduta assai si mostra,
ed impreca ai due partiti,
causa d’odii e serii attriti.
In effetti non si tratta di due veri e propri partiti, ma dei seguaci di due famiglie, da anni ed anni, in forte contrasto tra di loro: gli Adinolfi ed i Gargiulo.
Come ha ricordato il nostro amico e collaboratore storico col. Giancarlo Forino, le due famiglie che battagliavano non erano quelle di due politici, ma quella del Cav. Avv. Francesco Adinolfi, per moltissimi anni (prima e dopo il 1892) Sindaco di Angri, che si contrapponeva a quella di Mons. Paolo Gargiulo, illustre Canonico della Collegiata di S. Giovanni Battista, di cui poi fu Abate tra il 1891 ed il 1894.
Lo scontro tra i due clan era diventato così violento da indurre Giovanni Matteazzi a invocare, come abbiamo visto, “pace e fratellanza” fra gli Angresi e a ricordare a tutti che in entrambi gli schieramenti c’erano, è vero, uomini “scaltri e pretenziosi”, ma, era altrettanto vero, che c’erano anche persone “piene di pregi e onestà”.
Il saggio Autore, facendo leva sul fatto che i leader dei due “partiti” erano il Sindaco e l’Abate, cerca, meritoriamente, di trovare la strada per arrivare ad un superamento delle notevoli e pluriennali ostilità; pertanto, chiede elegantemente al Sindaco di fare il primo passo ed all’Abate di essere disponibile alla riappacificazione:
93. Per dovere di coscienza,
e alle leggi in obbedienza,
spetta al Capo del Comune
far le pratiche opportune
per ognun rappattumare;
e a tal compito l’Altare
dee prestarsi con desìo,
a maggior gloria di Dio.
Il nobiluomo veneto non si ferma alla semplice proposta di riappacificazione, ma va oltre e chiede ai contendenti di stringere un Patto per il riscatto di Angri e per un comune impegno contro “i mali, i vizi, e i guai” del paese, da lui ampiamente segnalati:
94. A chi vuole e fortemente
d’impossibil non v’ha niente!
Mi si dia pur del grullo,
ma Adinolfi con Gargiullo
noi vedrem tra breve un patto
stringer, santo, pel riscatto
general dall’ignoranza,
e lottare a tutt’oltranza.
95. Contro i mali, i vizii, i guai,
che alla meglio qui accennai;
e d’accordo provvedere,
quanto più sta in lor potere,
ai bisogni ritenuti
serii, urgenti ed assoluti.
Se ciò un dì s’avvererà,
Angri entrambi eternerà.
In questo ultimo e conclusivo sonetto Giovanni Matteazzi invita Adinolfi e Gargiulo ad assumere insieme, altresì, ogni utile iniziativa per affrontare e risolvere i bisogni ed i problemi più seri ed urgenti del paese.
Per convincerli a sotterrare l’ascia di guerra ed a lavorare entrambi nell’interesse di Angri, l’Autore non esita a blandirli e ad assicurare loro la gratitudine eterna degli Angresi se riusciranno entrambi a lavorare insieme nell’esclusivo interesse dei loro concittadini.

Finisce qui questo meraviglioso poema scritto oltre 120 anni fa, che in gran parte (purtroppo) poteva essere scritto anche oggi. Spero che anche i nostri lettori lo abbiano apprezzato e ne abbiano tratto seri spunti di riflessione per il presente e per il futuro.
Luigi D’Antuono

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