Vuoi scriverci tu? Fallo!





Il tuo nome (obbligatorio)

La tua email (obbligatoria)

Oggetto

Il tuo messaggio

Rispondi alla domanda (verifica anti-spam)

Castello o palazzo?

In varie circostanze mi è stato chiesto se il possente edificio angrese voluto dai Doria sia da classificare come castello o palazzo e ho sempre risposto che ci troviamo, nonostante le apparenze, di fronte ad un’opera fortificata e quindi, ad un castello!
Certamente, qualcuno penserà che questa affermazione sia frutto di una deformazione professionale e perciò, prima di passare alla disamina dei motivi che mi inducono a classificare l’edificio come castello, desidero chiarire perché da molti è appellato “palazzo”.
Fondamentalmente, al di là delle valutazione architettoniche che si possono avanzare (e su cui molto ci sarebbe da parlare), a mio avviso il motivo è da ricercare nel transito della funzione dell’immobile da sede del dominio feudale a Municipio; ciò avvenne tra il 1908 e il 1910 quando i principi di Angri lasciarono definitivamente il paese e vendettero all’amministrazione comunale l’edificio e le sue pertinenze per 90.000 Lire, pari ad un importo odierno di 727.714.170,00 € (fonte ISTAT).
E per avere un parametro di riferimento circa il valore della transazione, basti pensare che il bilancio comunale di Angri per il 1948, quaranta anni dopo l’acquisto del castello e con l’enorme svalutazione monetaria dovuta alla guerra appena conclusasi, veniva approvato nella seduta del 16 marzo 1949 dalla Commissione Centrale per la Finanza Locale del Ministero dell’Interno, autorizzando il Comune ad applicare sovraimposte e supercontribuzioni varie per 9.503.704,48 Lire necessarie per raggiungere il pareggio di bilancio che, secondo i medesimi criteri di rivalutazione monetaria presi in considerati in precedenza, ammonterebbero oggi a € 354.922.478,47 e cioè grossomodo alla metà dell’importo della spesa per l’acquisto del castello!
Quindi, acquisire la proprietà dei Doria fu senza ombra di dubbio un’operazione di grande rilevanza per l’amministrazione comunale di inizio Novecento, ma dagli effetti inestimabili sul piano del prestigio perché finalmente si dava una sede degna al Sindaco e alla Giunta. A quel punto l’edificio non poteva più denominarsi castello e si diffuse l’appellativo di “palazzo municipale”, ovverosia la sede del potere costituito; difatti, troneggia ancora sulla facciata interna dello scalone centrale la scritta MUNICIPIO!
Una conferma indiretta di questa asserzione è possibile desumerla dalle schedature effettuate sull’immobile nel dicembre 1970 da parte della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della Campania (schede 15/00025155 e 15/00025156) che come oggetto da censire indica nelle schede “palazzo” e “scalone del palazzo”, ma poi nella dettagliata descrizione dell’edificio viene ripetutamente usato il termine di “castello”.
Inoltre, è ricorrente sia nel parlare sia nello scrivere l’uso odierno del vocabolo “palazzo” per riferirsi ai centri di potere indipendentemente dal livello gerarchico (governo, regioni, comuni, ecc.).
Chiarito questo aspetto, torniamo ai motivi che a mio avviso supportano la tesi del “castello”.
La sua funzione militare si è sviluppata intorno al mastio, cioè alla torre centrale, che si presenta ancora nella sua veste originaria, con pietre vive non intonacate, a differenza del resto dell’edificio. La torre, che in origine doveva somigliare molto a quella di Chiunzi, è stata abbassata e merlata alla fine del Settecento nell’ambito dell’ultima ristrutturazione voluta dai Doria; fino all’avvento del telegrafo aveva la funzione principale di stazione ripetitrice, a mezzo di segnali ottici, fra le torri di Chiunzi e il castello di Lettere (non visibili reciprocamente) e le altre strutture analoghe presenti sulla piana, come si evince effettuando una triangolazione topografica sulle rispettive posizioni. E ancora, rammento che sulla direttrice torre di Angri-Chiunzi cade esattamente, a circa un terzo della distanza dal castello, la località Torretta; toponimo sopravvissuto alla presenza di una piccola struttura fortificata che serviva da sottostazione ripetitrice con Chiunzi in condizioni di scarsa visibilità.
Poi il fossato, che non avrebbe ragione di esistere per un palazzo; i fossati furono introdotti, per i castelli situati in pianura, dopo l’avvento delle artiglierie nella seconda metà del XIV secolo per evitare che colpendo ripetutamente torri e muri di cinta nello stesso punto si potessero realizzare con le macerie una sorta di piano inclinato per penetrare nella struttura; i fossati avevano quindi, la funzione di raccogliere i detriti frutto degli attacchi con armi da fuoco pesanti.
Le torrette situate sul versante di piazza San Giovanni che ospitano le scale a chiocciola per il passaggio fra i vari piani; in linea con i principi della poliorcetica, sono strette per consentire una facile difesa e una rapida ostruzione dall’interno in caso di penetrazione dell’avversario che avesse superato il muro di cinta.
Il pozzo, le stalle, i magazzini e locali di servizio del piano terra necessari a consentire una lunga resistenza in caso di assedio.
La ristrutturazione voluta dai Doria alla fine del Settecento, che ha determinato l’attuale configurazione dell’immobile, non interessò il muro di cinta originario che, come si vede dalle cartoline degli anni Trenta del Novecento, doveva avere un’altezza di circa 2,5 metri. L’attuale muro perimetrale venne realizzato nell’ambito dei lavori per la realizzazione del monumento ai Caduti, inaugurato dal Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio domenica 11 febbraio 1940.
Lo spazio di piazza Doria fra l’ingresso dell’edificio e quello della villa comunale, decisamente molto ampio, a dispetto del ristretto spazio dell’attuale via don Minzoni e delle vie di Mezzo, più o meno coeve del primo impianto dell’opera fortificata. In molti ricorderanno le foto dei vagoni tramviari che movimentavano le maestranze degli opifici tessili fra Pompei e Salerno nei primi decenni del Novecento, che proprio davanti al castello effettuavano lo stazionamento e, grazie proprio a quello spazio, era stato possibile installare il raddoppio dei binari e gli scambi.
A mio parere anche in questo caso il motivo di tanto “spreco” è da ricercare negli aspetti militari, tanto più che i rilievi seicenteschi e quelli effettuati nel momento della ristrutturazione di fine Settecento indicano la presenza di piante da frutto finanche nel fossato; segno evidente che non si sprecava spazio!
Allora come mai troviamo ancora oggi la presenza di un rettangolo di ben 130 metri di lunghezza per 10 circa di larghezza?
È noto che i versanti più esposti delle linee difensive e delle opere fortificate permanenti venivano rinforzati con strumenti di difesa passiva; ancora è vivo nella memoria collettiva l’immagine del filo spinato presente nella “terra di nessuno” fra gli schieramenti contrapposti della Grande Guerra, oppure i “cavalli di frisia” a difesa di alcune posizioni della Seconda Guerra Mondiale.
Senza andare troppo oltre, già dal Medioevo si usava creare ostacoli simili (fossi e controfossi, lance appuntite conficcate con la base nel terreno, profonde buche mimetizzate, ecc.), per contrastare gli attacchi soprattutto condotti con la cavalleria. Quindi, non appare azzardata l’ipotesi che l’attuale piazza Doria fosse in origine spazio destinato ad ospitare tali forme di difesa; così come alle spalle, di contro, verso l’abitato la difesa passiva era costituita proprio dalle abitazioni e, lungo il perimetro fortificato, dalle “portelle” che assolvevano l’importante funzione di consentire comunque l’uscita dall’abitato e la loro rapida ostruzione, in caso di necessità, sia di fanterie che di uomini a cavallo, evitando di aprire le porte principali.
Oltre le citate schede del 1970 redatte dall’allora Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della Campania, non va peraltro, sottaciuta la ricca bibliografia sull’immobile che lo classifica sempre come castello, di cui riporto gli esempi più autorevoli.
Nel 1982, nell’ambito della ciclopica opera di Alfonso Leone e Giovanni Vitolo dal titolo Guida alla Storia di Salerno e della sua provincia, Lucio Santoro, uno dei maggiori esperti del fenomeno dell’incastellamento, traccia la mappa delle fortificazioni del Principato Citeriore in cui compare Angri citato come castello, successivamente trasformato, facendo riferimento all’ultimo intervento dei Doria di fine Settecento.
Nel 1991, insieme a Lucio Santoro, allora docente di Storia dell’Architettura nella Facoltà dell’Università Federico II di Napoli, ho avuto l’onore di condividere la pubblicazione del fascicoletto Il castello di Angri nel contesto delle fortificazioni salernitane; va da sé che, oltre la mia modesta opinione, se il Prof. Santoro avesse ritenuto l’edificio angrese un semplice palazzo non avrebbe approvato quel titolo.
Nel 1998 Federico Cordella dà alle stampe il volume dal titolo A guardia del territorio, castelli e opere fortificate nella valle del Sarno, in cui usa sempre il termine castello riferendosi all’immobile e riportando una dettagliata serie di notizie storiche.
Nel 2003 vede la luce una pubblicazione dal titolo Itinerari culturali della valle del Sarno, con il coordinamento scientifico di Teobaldo Fortunato; nel citare Angri il testo definisce l’edificio come castello; tuttavia, anche in questo caso indica la parte abitabile come palazzo barocco.
Nel 2005 Carlo De Luca cura la pubblicazione dal titolo Il recupero delle città storiche dell’Agro nocerino sarnese, con sottotitolo Programmi di valorizzazione e piani del colore per l’edilizia storica ai sensi della L.R. 26/2002, in cui l’edificio viene raffigurato in copertina e viene classificato come castello.
Per l’edizione del 2011 della manifestazione ANGRI TRA FEDE E STORIA l’Associazione PanacèA ha organizzato un convegno sul castello a cui hanno preso parte diversi studiosi ed esperti; durante i lavori sono intervenuti Gennaro Zurolo, lo scrivente, il Prof. Giovanni Vitolo e il dr. Antonio Braca (documentazione disponibile sul sito web dell’Associazione).
E ancora, il Prof. Giovanni Vitolo ha coordinato l’organizzazione di un seminario di studio fra esperti sul castello Doria di Angri, articolato in due giornate tenutesi rispettivamente il 3 e il 17 maggio 2014. Nello specifico, durante il primo appuntamento è stato trattato il tema Il sistema dei castelli dell’Agro nocerino-sarnese, mentre nel secondo si è discusso su Il futuro del passato.Tutela e valorizzazione dei castelli dell’Agro nocerino-sarnese per lo sviluppo del territorio.
Pochissimi anni addietro le dottoresse Anna Ruotolo e Laura Taminto, durante l’iter per il conseguimento della laurea magistrale in progettazione architettonica presso l’Università di Napoli Federico II, approntarono un dettagliatissimo progetto di restauro dal titolo Il Restauro architettonico del Palazzo Doria e della villa comunale in Angri (SA), riferendosi essenzialmente alla parte abitabile dell’edificio che, comunque, definiscono ripetutamente essere un castello.
Oltre alla bibliografia sull’argomento, un altro documento inoppugnabile e credo completamente sconosciuto anche fra gli studiosi e gli eruditi, è la schedatura del castello da parte dell’INSTITUT INTERNATIONAL DES CHATEAUX, istituzione francese sorta nel 1949 e confluita in EUROPA NOSTRA nel 1991, che alla fine degli anni Sessanta del ‘900 descrive dettagliatamente l’edifi Il castello agli inizi del Novecento[/caption]cio e ne riporta una ricca descrizione storica.
Ma l’ultimo aspetto che inequivocabilmente fa pendere l’ago della bilancia verso la tesi del “castello” è che se da una parte, rimanendo nel contesto angrese, chiamare l’immobile palazzo o castello è un’interpretazione univoca, dall’altro basta spostarsi a Scafati o a Nocera affinché la percezione cambi radicalmente. Difatti, per i non angresi il palazzo Doria è univocamente una delle due residenze napoletane della famiglia; ovverosia quella di Posillipo e l’altra più nota di piazza VII Settembre lungo via Toledo, per intenderci il fabbricato da cui si affacciò Giuseppe Garibaldi per comunicare ai napoletani l’avvenuta annessione del Regno delle Due Sicilie. Quest’ultimo immobile è stato ampiamente descritto da Maria Raffaella Pessolano nel suo testo Il palazzo d’Angri: un’opera napoletana fra tardobarocco e neoclassicismo, dato alle stampe a Napoli nel 1980.
Infine, per chi volesse approfondire la conoscenza delle fonti citate o richiedere ulteriori notizie di dettaglio può scrivermi all’indirizzo e-mail info.storico@panaceart.it
Giancarlo Forino
Associazione PanacèA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *