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ANGRI ’80 ottobre 2020.

Editoriale
I fattori “C”

Queste elezioni amministrative, piuttoste grigie e senza clamori pubblici, saranno ricordate soprattutto per i pesanti effetti che la pandemia del Covid-19 ha avuto appunto sulla competizione elettorale che per la prima volta si è svolta quasi tutta su Internet e senza il rito, atteso e molto partecipato da elettori e supporters, del comizio di chiusura dei candidati alla carica di Sindaco, per l’ultimo appello a fare una scelta giusta.
Ma anche per gli effetti che essa ha provocato sulla valutazione degli Angresi nei confronti dell’Amministrazione uscente, con una sospensione quasi totale del giudizio sull’operato e sui risultati conseguiti e con una forte ed emotiva promozione della gestione sindacale dell’emergenza e delle iniziative adottate per farvi fronte, con una mirata ed accattivante esposizione mediatica sui social che ha senz’altro riavvicinato il popolo al governo locale. Sulla salute non si discute.
La forzata sospensione del confronto politico e del Consiglio comunale, arrivato in streaming solo alla fine della prima emergenza, ha anche ridato alimento al «Clientelismo» del bottegaio al potere, utile a recuperare consenso popolare nei momenti difficili (elargizione di buoni pasto, bonus famiglia, ecc., curati direttamente dalla mano politica, con la non valida ed inaccettabile giustificazione della grave carenza del personale dipendente).
L’anima vera di Centrodestra della coalizione che ha riportato alla rielezione l’ingegnere Cosimo Ferraioli, quella che nel 2007 con i colori di Forza Italia aveva dato vita e sostanza all’avventura amministrativa del professionista Gianpaolo Mazzola, ora con i Colori, artatamente non esibiti, della Lega, ha vinto perché è riuscita ad aggregare anche interessi (costruzioni, imprese di servizi, ecc.) presenti solidamente sul territorio angrese e non solo, arrivati con i loro “Cavalli di Troia” anche in Consiglio comunale, e che sicuramente condizioneranno non poco, nel bene e nel male, le scelte amministrative dei prossimi mesi.
Gli auguri a Ferraioli di Nunzio Carpentieri, eletto alla Regione nel Centrodestra (lista Fratelli d’Italia) e l’accordo, reso pubblico a posteriori, per il ballottaggio con l’avv. Armando Lanzione (Fratelli di Angri espressione di FdI), hanno strappato del tutto il già leso velo di una coalizione soltanto civica, non più rivendicabile dal rieletto Sindaco Cosimo Ferraioli.
Il Cambio generazionale, rivendicato da più parti, soprattutto a sinistra, in parte c’è stato, ma tutto nel Centrodestra e solo il tempo dirà se è di sostanza o di pura facciata, come si paventa.
Il Centrosinistra angrese è decisamente malmesso. A partire dalle due legislature di Umberto Postiglione, in un quarto di secolo si è consumato tra divisioni e contrapposizioni sia sulle persone che sugli obiettivi strategici, quando ci sono stati.
Con il principale partito, il PD, nonostante un’anima residuale di sinistra al suo interno, finito di fatto sotto il controllo di veri e propri curatori fallimentari che, da risultati a doppia cifra di qualche decennio fa, lo hanno portato ad uno striminzito e deprimente 4,12%, senza un minimo turbamento e con la prosopopea pubblica che stanno facendo un buon lavoro.
A contorno i resti dei resti dei cosiddetti Sinistrati, divisi e dilaniati, caratterizzatisi in questa tornata elettorale con comportamenti, a dir poco nichilisti e autolesionisti, che dal “soli, ma puri e duri”, al “non aderire né sabotare”, sono arrivati anche a caldeggiare e promuovere un sostegno alla rielezione di Ferraioli, come estrema critica alla “vecchia” guardia politica di centrosinistra.
Quanti, ormai confinati sui social work, rivendicano la necessità di un ricambio generazionale, passassero dalla predica sterile alla pratica sul campo, che è impegno costante, sudore e inevitabile Compromesso, accettabile quando è fatto per un obiettivo condiviso e non per il proprio tornaconto.
Il tutto dentro la Cornice di una società civile angrese che dall’interventismo di qualche anno fa, degenerato ben presto in un sostanziale “pro domo sua”, è caduta in una silenziosa impotenza che, al momento del voto e della scelta della propria classe amministrativa, si manifesta o con un’astensione acritica e qualunquista o con l’accettazione passiva di ciò che passa il convento oppure con un bel salto sul carro del vincitore.

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